Contro Maometto fu più feroce il sommo Dante

Mentre sul fronte della controversia sulle vignette danesi che dileggiano il Profeta molti dotti pensatori di buon senso e buona volontà non cessano di deplorarne lo stile in nome del buon gusto e del rispetto delle credenze altrui, insomma della buona educazione in rebus religiosis, non sarà del tutto fuori luogo ricordare che forse nessuna passione come quella religiosa ha saputo ispirare, attraverso i secoli, tante vignette strepitosamente scostumate e irriguardose.
Tanto per cominciare, non c’è vignetta religiosa più ferocemente scurrile dell’atroce quadretto in cui Dante, travolto dalla sua cristianissima passione, raffigurò Maometto, da lui sbattuto nel girone degli scismatici, come un fantoccio spaccato a metà. Anzi, più esattamente, «rotto dal mento infin dove si trulla» (vale a dire dalla bazza al deretano). Offrendo così lo spettacolo descritto in questa atroce terzina: «Tra le gambe pendevan le minugia, la corata pareva, e il tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia».
Sono forse di buon gusto questi versi? E denotano un rispettoso bon ton religioso? La parola agli studiosi dei rapporti fra satira, fede e galateo. Fra i quali suppongo che non mancano coloro che leggendo quei versi si chiederanno se non sia il caso che noi italiani ci si decida, sempre per ragioni di buon gusto e buona educazione religiosa, a espungerli dal canto che li contiene.
Vignette di pessimo gusto sono del resto anche quelle che potrebbero illustrare le innumerevoli pagine in cui Voltaire descrisse Maometto come «un mostro incomprensibile di audacia e di impostura», e la fede islamica come una superstizione sanguinaria che incita i suoi fan ad accoppare gli infedeli assicurando loro che scannandoli meriteranno il cielo. O i passi in cui Schopenhauer, in quel libro infame che è Il mondo come volontà e rappresentazione, definì la religione musulmana «la forma più squallida di teismo», e del Corano disse che non contiene «nemmeno un pensiero dotato di valore».
O le parole con cui Jacob Burckhardt, nelle sue Riflessioni sullo studio della storia, tracciò questo ritrattino del Profeta: «Maometto è fanatico all’estremo, ogni libertà in materia di religione lo riempie di sacro furore, e questa è la sua forza principale. Il suo fanatismo è quello di un semplificatore radicale, e come tale del tutto genuino. Era un fanatismo della specie più tenace, la furia dottrinaria, e la sua vittoria fu una delle più grandi vittorie del dottrinarismo e della banalità».
La mancanza di buon gusto e di buona educazione non è tuttavia una prerogativa delle vignette cristiane contro Maometto. E nemmeno di quelle maomettane contro i cristiani. La stessa sgarbatezza si riscontra anche in quelle pagane contro i primi cristiani. Vedi il quadretto in cui il beffardo Celso, dotto pagano del II secolo, ispirato dalla sua schifiltosissima religio, espresse il disprezzo che provava per i Cristiani del suo tempo paragonandoli, per le loro abitudini devozionali, «a un grappolo di pipistrelli, o a formiche uscite dalla tana, o a rane raccolte in sinedrio attorno a un acquitrino, o a vermi riuniti in assemblea in un angolo fangoso che litigano per stabilire chi di loro è più colpevole».
Sempre difficili, insomma, sono stati finora i rapporti fra religione e buona educazione.
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