La Conversione di Saulo si fa il «lifting»

Sotto la vigile guida della Soprintendenza è iniziato il restauro della celebre tela del Caravaggio della collezione Odescalchi

Sabrina Vedovotto

Ancora una volta il protagonista è Michelangelo Merisi, dai più conosciuto come Caravaggio. Ma questa volta non si tratta di una grande mostra, bensì di qualcosa che ha caratteristiche ancor più eccezionali, il restauro di uno dei suoi capolavori, uno dei pochi appartenenti ad una collezione privata. Si tratta della Conversione di Saulo, anzi per meglio dire della prima «edizione» della Conversione di Saulo. Commissionata dal monsignor cardinale Tiberio Cerasi intorno al 1600, l’opera pare venne rifiutata a causa di una discrepanza iconografica tra il tema e la rappresentazione che di quest’ultima ne fece Caravaggio. Da Gli Atti degli Apostoli si sa infatti che il Cristo non appare a Saulo, che una volta convertitosi si farà chiamare Paolo, ma piuttosto si palesa attraverso una luce accecante; alcuni studiosi ritengono però che l’artista lombardo faccia riferimento ad un altro passo del testo, quando appunto il Cristo si rivolge all’apostolo dopo essergli apparso. Probabilmente questa difformità delle fonti fu la motivazione, o una delle motivazioni, per cui questa versione non fu accettata nella cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, luogo di collocazione originaria, dove invece ancora oggi troviamo una versione edulcorata sempre dello stesso tema, assieme all’altro lavoro commissionato dal Cerasi, la Crocifissione di San Pietro. La tavola nel tempo passa per diversi acquirenti, e per un certo periodo si pensa addirittura sia arrivata in Spagna. Di entrambe le tavole si perdono le tracce finché della Conversione si hanno notizie certe a Genova, presso la collezione Balbi che diventa poi Balbi Odescalchi, e poi solamente Odescalchi, fino ad arrivare a Roma, forse come dono di nozze, probabilmente intorno alla metà del Novecento.
Ora, dopo essere stata per anni sulla parete del salone della principessa Odescalchi, l’opera è in fase di restauro. Due competenti restauratrici, Valeria Merlini e Daniela Storti, che già avevano restaurato la Madonna dei Pellegrini, nella chiesa di Sant’Agostino, con la consulenza scientifica dell’ingegner Falcucci, dal 19 giugno hanno cominciato un lavoro certosino, per cercare non solo di ridare luce alle zone opache e ingiallite dal tempo, quanto anche e soprattutto al fine di comprendere dati certi riguardo possibili ripensamenti dell’artista, eventuali spostamenti, e precedenti restauri. Come infatti sostiene Valeria Merlini, «è il caso di cominciare a pensare al restauro come ad un tipo di manutenzione». «I dipinti infatti - sostiene ancora la restauratrice - andrebbero monitorati, fatti interventi brevi, leggeri, non invasivi frequentemente e non ogni cento anni. Bisogna restituire il valore cromatico dato dall’artista». Naturalmente il restauro, sebbene completamente a carico della Principessa Odescalchi, rientra nella tutela della Soprintendenza per il Patrimonio storico artistico ed etno-antropologico del Lazio, di cui Rossella Vodret è il soprintendente. La quale, entusiasticamente, sostiene che il lavoro aggiungerà tasselli importanti per capire qualcosa di più su questa tavola, sia per quanto riguarda il suo processo creativo, sia anche riguardo le tecniche esecutive di Caravaggio. A completamento dei lavori, la cui data ultima dovrebbe essere la fine di settembre, probabilmente verrà realizzato un convegno nel quale saranno rese note tutte le informazioni di interesse scientifico e storico artistico.