COP15, un appuntamento fondamentale per il futuro del Pianeta

Dal 7 al 18 dicembre prossimi i rappresentanti dei governi di tutto il mondo si riuniranno a Copenhagen per fissare i parametri delle politiche ambientali in sostituzione del protocollo di Kyoto

Il dopo Kyoto 192 delegazioni e una sessantina di premier e capi di Stato si incontreranno nella capitale danese dal 7 al 18 dicembre per discutere sulle misure da adottare a livello mondiale per combattere i cambiamenti climatici, in particolare per ridurre le emissioni di CO2. Nelle intenzioni il futuro "protocollo di Copenhagen" dovrebbe sostituire quello di Kyoto, siglato nel 1997 e valido fino al 2012. Il trattato venne sottoscritto da 184 Paesi ma non venne mai ratificato dagli Stati Uniti mentre India e Cina ne furono esonerati perché considerati Paesi in via di sviluppo. Il protocollo di Kyoto impegna i paesi industrializzati e quelli a economia in transizione -i paesi dell'Est europeo- a ridurre complessivamente del 5,2% le principali emissioni di gas ad effetto serra nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012.

Stati Uniti, India e Cina Nonostante l'impegno dei Paesi aderenti, la mancata ratifica da parte di Stati Uniti, India e Cina, responsabili da soli del 40% delle emissioni mondiali di gas serra, ha reso impossibile un'azione decisiva contro i cambiamenti climatici. L'importanza della conferenza di Copenhagen del prossimo dicembre nasce proprio dal fatto che vi prenderanno parte anche i Paesi che non avevano ratificato il precedente Protocollo di Kyoto. In particolare grandi aspettative hanno suscitato i numerosi proclami "green" del Presidente americano Barack Obama che ha fatto della battaglia ai cambiamenti climatici l'asse strategico della politica ambientale ed economica del suo Paese. Tuttavia, nella pratica la posizione del "verde" Obama sembra meno decisa rispetto alle promesse: la sua presenza al summit danese è rimasta in dubbio fino a pochi giorni fa e, durante il vertice asiatico di metà novembre, il presidente americano ha ridimensionato gli obiettivi della conferenza sul clima di dicembre puntando su un'intesa politicamente vincolante piuttosto che su un accordo globale pieno. Anche l'India si mostra cauta: il ministro dell'ambiente indiano Jairam Ramesh ha invitato a non aspettarsi miracoli dal summit danese e ha avanzato l'ipotesi che per giungere ad un accordo vincolante sulle limitazioni di gas nocivi si debba aspettare fino alla metà del 2010. Da parte loro i Paesi in via di sviluppo, riuniti nel G77, e la Cina sottolineano le responsabilità dei Paesi sviluppati nella produzione di gas serra; in particolare il presidente cinese Hu Jintao continua ad insistere sulla necessità della creazione di un fondo economico da parte dei paesi sviluppati per sostenere la decarbonizzazione nei Paesi in via di sviluppo.

Europa Dopo aver approvato nel 2008 il pacchetto 20-20-20 che prevede di ridurre entro il 2020 del 20% le emissioni di gas a effetto serra, di portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili, gli Stati dell'Unione Europea, Francia e Germania in testa, puntano a raggiungere a Copenhagen un accordo vincolante che entri in vigore dal primo gennaio 2013. Il governo danese ha oggi presentato una bozza per la conferenza di dicembre: la Danimarca propone che entro il 2050 le emissioni inquinanti vengano ridotte del 50% rispetto ai livelli del 1990 e che l'80% del taglio delle emissioni inquinanti sia a carico dei paesi ricchi; per quanto riguarda la temperatura globale, il testo prevede che non debba superare i due gradi celsius. La bozza preparata dal governo danese costituirà la base per le discussioni della conferenza e potrebbe dare vita ad un accordo politico una volta terminato il summit.

Italia A meno di una settimana dall'inizio del summit, appare evidente che non sarà facile raggiungere un accordo che soddisfi tutti i Paesi partecipanti. L'unica cosa certa è che se si vuole fare della conferenza di Copenhagen un'opportunità storica per cambiare davvero le sorti del nostro Pianeta bisogna che il futuro protocollo non sia solo, come lo fu quello di Kyoto, uno strumento politico ma rappresenti un vero e proprio stumento di controllo delle emissioni nocive. Per questo è fondamentale l'impegno da parte di tutta la comunità internazionale che, come ha ribadito il Ministro per l'Ambiente italiano Stefania Prestigiacomo, deve considerare la battaglia per il clima non solo come la riduzione delle emissioni nocive ma anche come una battaglia per la crescita economica globale all'insegna della responsabilità ambientale. Da parte sua, ha sottolineato il Ministro, l'Italia ribadisce il suo impegno per un nuovo modello di sviluppo sostenibile che possa davvero limitare i danni ambientali e incrementare il benessere economico mondiale.