Per copiare ci vuole talento

Il previdente Esiodo, finito il proprio poema, lo incise nel piombo e lo consacrò sull'Elicona: lo &quot;sportello Siae&quot; del mondo antico. Catullo s'ispirò alla vena poetica di Saffo, Bacone all'Atlantide di platone. E <em>Jurassic park</em>... lo dobbiamo a Conan Doyle

«La lontananza dagli estremi e il controllo di sé generano armonia». Non è un aforisma new age, ma un precetto del Libro dei Mutamenti, testo sacro cinese dell’epoca Zhou (II secolo a.C.). Oltre a quella cosmica, regna un’armonia individuale, che dovrebbe spronare a fare da sé, a non desiderare la farina del sacco altrui, come scorciatoia per il successo e l’ascesa professionale.

Ne erano convinti gli imperatori manciù. Quando nella Sala dell’Armonia Preservata, cuore della Città Proibita di Pechino, insignivano con il diploma i vincitori al concorso triennale per le alte cariche burocratiche, esigevano garanzie sull’assoluta trasparenza dei meriti. Copiare alle prove scritte era quasi impossibile. I candidati sudavano sui protocolli in box recintati, senza porte, sotto la sorveglianza di guardiani in armi. Anche così, i musei conservano «bigini» di seta, con risposte prefabbricate. Ma gli annali ricordano anche che nel 1859 l’imperatore Hsien Fung fece decapitare un’intera commissione corrotta, riducendo sul lastrico i concorrenti furbetti.
Non meno severo fu Tolomeo Epifanio, un monarca di Alessandria, patito di letteratura, che organizzò concorsi poetici presso la famosa biblioteca della sua città. Non fidandosi della giuria, chiese all’erudito Aristofane di supervisionare. Per disgrazia dei plagiatori, il filologo aveva una memoria da elefante, e smascherò subito chi aveva messo le mani nelle tasche poetiche altrui.

Vitruvio, che nel VII libro del suo De Architectura ricorda l’episodio edificante, spiega che i «copioni» pagarono non solo con l’ignominia, ma anche con pene giudiziarie. È considerata l’alba del diritto d’autore. Oggi siamo in controtendenza. Per primeggiare, lo strumento non è l’ingegno creativo, ma la fotocopiatrice. Sciorina a manetta format televisivi, programmi elettorali (dal Pd al Pdl, al decalogo della Confindustria, veleni che rimpallano, intendiamoci, bisogna aspettare le verifiche), canzonette di Sanremo (Loredana Bertè docet), tesi di laurea e le impudenti sorelle minori, le «tesine» di maturità, scaricate dal Gran Bazar online.

Vi fu un tempo in cui la teoria che carmina non dant panem, «la poesia non fornisce la pagnotta», non era del tutto verace. Gli antichi aedi greci campavano dilettando i potenti con magnifiche esibizioni sulle gesta dei loro presunti antenati eroi. Si faceva tutto a memoria, e non era facile capire se un rapsodo (un «ricucitore di canti») fosse una perla d’onestà o un saccheggiatore. Quando si cominciò a scrivere, gli addetti ai lavori presero le contromisure. Esiodo, finito il suo poema, lo incise su lastre di piombo e lo consacrò sul monte Elicona, nel sacello delle Muse ispiratrici: una specie di sportello Siae dell’antichità.

Ci fu anche chi riuscì a blindare i propri versi dall’interno. Con la sphraghìs, una specie di «suggello» inserito nella composizione. I vasai non firmavano le loro ceramiche? Gli scultori non apponevano il loro nome alla base della statua? Perché il poeta dovrebbe essere da meno? Così Teognide, elegiaco del VI secolo a.C., escogitò il sistema di difendersi dai plagi: incastonò il suo nome (o quello del prediletto ragazzo, Cyrno) nelle rime. «Nessuno - dichiarò l’autore - adultererà in male il bene contenuto nei miei versi. Tutti diranno che sono roba di Teognide, una firma nota all’intera umanità!».

Saffo personalizzò lo stratagemma, inventando il dialogo lirico con se stessa, un modo fluido di auto citarsi. «Saffo, chi ti fa torto?» si fa domandare la poetessa di Lesbo da una trepidante Afrodite, la dea dell’amore, in un celebre pezzo sulla delusione sentimentale. Ciò non impedì ad altri artisti, come il latino Catullo, di plagiarla alla grande. A volte bastava cambiare un nome. Per la sua bella, Catullo riadatta una grandiosa ispirazione di Saffo: «Mi sembra pari a un dio l’uomo che ti siede vicino, Lesbia...». Ma qui è un altro paio di maniche: si chiama traduzione d’arte.

Un sistema di sicurezza, un po’ macchinoso, era a quei tempi l’acrostico. Si congegnavano i versi in modo che le lettere iniziali, in successione, formassero il nome del poeta: una sfacchinata, da scoraggiare eventuali imitatori. Plagiare poteva anche trasformarsi in un metodo produttivo e stimato di lavoro. Plinio il Vecchio, scienziato in pantofole che non si sporcava le mani con la ricerca sul campo, ma dissodava i solchi dei predecessori, si sfogava con gli excerpta, gli «estratti». Secondo lui, non esisteva libro così misero da non meritare almeno una citazione. Mentre un lettore a pagamento gli cantilenava pagine su pagine (Plinio viaggiava in portantina, pur di risparmiare il tempo per l’audizione erudita), lui segnalava i passi da registrare. Con «pizzini» del genere confezionò una delle enciclopedie più voluminose, la Naturalis Historia.

In latino, la parola cento significava patchwork, «panno fatto con stoffe di vari colori»: da qui la discutibile pratica dei «centoni», plagi autorizzati dalla venerazione per mostri sacri delle lettere, come Omero o Virgilio, da cui si potevano estrarre versi interi, da rimontare in lambiccati incastri dai significati stravolti, specie di Frankenstein poetici di effimera vitalità. Il trasbordo fu dall’epica alla nuova fede cristiana. Ladri con destrezza dei versi, come Geta e Proba, riscrissero Bibbia e Vangelo con le parole altisonanti dei classici, Virgilio, Lucano, Ovidio. Più un poeta era elegante, spiritoso e alla moda, più era flagellato dai plagi. Marziale ci ha lasciato un saporito diario poetico di questa via crucis. I suoi epigrammi - raffinatissime gag, battute al fulmicotone sui vizi e gli alti papaveri della Roma del tempo - erano ancora freschi di scriba, e già i predatori li spacciavano come propri in cenacoli e salotti.

Dove termina l’imitazione creativa e si sconfina nel plagio? Ossi di seppia, capolavoro di Montale, ha fatto stracciare le vesti a più di un critico: troppi riecheggiamenti dalle liriche di Clemente Rebora. La Nuova Atlantide, fantasia filosofica di Bacone, è plagio platonico o geniale reinvenzione? L’Isla Nublar, su cui Michael Crichton ambientò, nel 1995, il seguito di Jurassic Park, è un sacrosanto sequel, o la copia adulterina dell’isolato altopiano venezuelano di Tepuyes su cui, nel 1914, Arthur Conan Doyle schierò i dinosauri scampati all’estinzione del suo Il mondo perduto? Anche quella del plagio può essere un’arte. Ci si può misurare la grandezza di uno scrittore. Merita l’Olimpo non lo scrittore che non imita nessuno, ma quello che nessuno può imitare.