La coraggiosa ebrea che diceva male al male

«La fine del mondo era già programmata da tempo», commentò agli albori del nazismo. Ma poi si lanciò in roventi polemiche soprattutto con i correligionari...

A quel punto, Martin Heidegger fece ciò che non ci si sarebbe aspettati da uno stimato docente quarantunenne, per di più sposato. Si buttò in ginocchio ai piedi dell’allieva e balbettò ansimanti parole d’amore. La fanciulla rimase interdetta. Tanto più che il Maestro era quel giorno in casa sua per la prima volta e solo per un’innocente tazza di tè. Lo smarrimento durò un attimo, poi la diciottenne si abbandonò, dando inizio a uno dei più controversi amori del ’900.
Per tenere nascosta la tresca, gli amanti misero a punto un linguaggio segreto. Le luci accese o spente dell’abitazione davano il via libera o lo stop al prof appostato in strada; si accordavano con bigliettini cifrati nascosti in punti noti solo a loro; gli appuntamenti erano fissati con cenni del capo o battere di ciglia durante le lezioni universitarie. Martin, poi, amava drammatizzare: le telefonava nella notte da una sperduta stazione della provincia e la faceva accorrere trafelata e pazza d’amore. Andò avanti così per qualche anno. Ma era una relazione senza sbocchi. Il filosofo non parlò mai di convivenza o matrimonio e si mostrava anzi compiaciuto se la fanciulla, per ingelosirlo, gli parlava di qualche nuovo corteggiatore. Finché arrivarono avvenimenti più grandi di loro e la faccenda finì.
Fu l’avvento del nazismo nel ’33 a dare il colpo di grazia. Heidegger accolse il regime con entusiasmo e fu promosso rettore dell’Università di Friburgo. Lei, ebrea, commentò invece l’affacciarsi di Hitler con amare parole: «La fine del mondo era già programmata da tempo». Dopo poco fu arrestata per certe sue ricerche sui proclami antisemiti del Führer, commissionate dalla comunità ebraica di Berlino. Quando, dopo otto giorni, uscì dal carcere, gli israeliti la accusarono di imprudenza per essersi esposta inutilmente. Rispose: «Io sono contenta di non essere considerata innocente dai nazisti. Non me lo sarei perdonato. Voi piuttosto...» e rimproverò ai correligionari l’atavica sottomissione e la tendenza a farsi zerbini anziché reagire. Tutte le polemiche della sua vita furono arroventate. Venne ai ferri corti anche con gli ebrei berlinesi come lo era coi nazisti. «Ne ebbi abbastanza degli uni e degli altri - raccontò - e me ne andai dalla Germania nell’agosto ’33». Si rifugiò a Parigi col primo marito, uno scrittore che aveva sposato dopo la storia con Martin. Non fu un matrimonio felice e in Francia si riaccasò con un fuoruscito tedesco. Insieme, si trasferirono a New York dove visse poi sempre e morì nel 1975.
Giunta negli Usa si mise subito in urto coi sionisti. Era, come loro, per la creazione di uno Stato che desse rifugio in Palestina agli ebrei scampati allo sterminio nazista. Ma contraria allo Stato d’Israele, prevedendo l’infinito conflitto che ne sarebbe esploso, e favorevole invece a una Confederazione ebraico-araba. Già questo la fece detestare dagli israeliti newyorchesi. Quando poi cominciò a chiamare «filistei con l’esplosivo» e «imbecilli con le bombe» le bande israeliane che volevano la cacciata degli arabi e la conquista con la forza della Palestina, la rottura si consumò del tutto. «Gli ebrei - fu il suo commento - si sentono così vittime da perdere ogni facoltà di ragionare. Troppa autocommiserazione distrugge la mente».
Nel 1961, l’ex giovanetta ormai cinquantacinquenne andò a Gerusalemme per assistere al processo che condannò a morte Adolf Eichmann, l’organizzatore della Shoah. Ci imbastì sopra una riflessione che le dette fama mondiale. Eichmann, osservò nel saggio, non era affatto un uomo abnorme e diabolico, ma un comune individuo della porta accanto. Nessuna grandiosità perversa nel male che aveva causato a milioni di persone. Solo una banale routine. L’opera suscitò l’ennesima polemica e fu percepita dal mondo ebraico come una denigrazione della Shoah. Le vittime, umiliate all’idea che l’Olocausto fosse opera di un cialtrone, anziché di un luciferino angelo del male, accusarono l’autrice di aver assolto Eichmann. La sua reazione fu secca: «Sono sopraffatta dallo schifo per questa gentaglia pseudo intellettuale che travisa un libro che io, in quei termini, non ho mai scritto».
Consumata questa lite, sprofondò nella solitudine. Anni prima aveva rotto anche con la sinistra radical chic newyorkese con un libro sul totalitarismo che metteva sullo stesso piano la tirannia nazista e quella comunista. Ai marxisti che l’avevano contestata straparlando di «fondamentale diversità» del comunismo, aveva obiettato: «Diversità? Non si può fare una classifica tra le fosse comuni degli uni e degli altri. I morti sono morti». Invitata a cena da amici, dei pochi che le erano rimasti, morì a tavola mentre si accendeva una sigaretta.
Chi era?