Corea, addio al nucleare entro l’anno. Ora non è più uno "Stato canaglia"

Washington - Questa volta è accordo pieno. La lunga marcia della diplomazia attraverso le paure e i veti contrapposti, si è conclusa con quello che potrebbe anche definirsi un blitz se si decidesse di non tenere conto di tutti gli anni di lenta e frustrante preparazione. Ma quello che conta è il bilancio: la Corea del Nord rinuncia ai suoi progetti nucleari. Gli Stati Uniti la tolgono dalla lista dei Paesi terroristi. Gli ispettori dell’Onu completeranno in pace il loro lavoro, la Cina ottiene un importante successo diplomatico, Seul vede prevalere la linea da anni auspicata, Pyongyang ottiene la sostanza di quello che cercava: un accordo bilaterale con gli Stati che le conferisca quella piena sovranità internazionale che le mancava dal lontano 1950, l’anno in cui i nordcoreani aggredirono la Corea del Sud. Hanno vinto tutti, alla fine, tranne i «falchi» dei due schieramenti.

E che l’atmosfera si sia rischiarata lo sottolinea, e non è una coincidenza, la presenza su suolo nordcoreano del presidente sudcoreano nel momento in cui i negoziati sono sfociati nell’accordo.
Che ha diverse facce e può dunque essere presentato in differenti modi a seconda che l’una o l’altra vengano considerate preminenti. Gli Stati Uniti salutano l’ottenimento del loro principale scopo dichiarato: l’eliminazione del fattore nordcoreano dalla mappa delle nazioni nucleari. La Corea del Nord ottiene un ambito riconoscimento sul piano della sovranità e viene in pratica depennata come membro dell’Asse del Male, la formula inventata per George Bush nei mesi immediatamente successivi alla strage terroristica a Manhattan e che a lungo è parsa come un elenco di obiettivi per azioni militari volti al rovesciamento di regimi «inaccettabili». Gli altri due, si ricorda bene, erano l’Irak e l’Iran. L’Irak è sotto controllo militare, l’Iran resta solo sulla linea di tiro.

Niente di tutto questo è accaduto gratis. Ogni concessione ne accompagna o nasconde un’altra della controparte. C’è ad esempio un accordo a latere tra Washington e Pyongyang: gli Stati Uniti sono disposti ora a limitare le misure per mettere fuori uso le tre «fabbriche» a Yongbyon. Si procederà più gradualmente. La Corea del Nord, in cambio, rivelerà quanto plutonio possiede usabile a fini militari e quanto ne ha usato nel suo test nucleare dell’anno scorso. Pyongyang accetta inoltre che esperti nucleari di tre Paesi (Stati Uniti, Russia e Cina) esaminino i tubi d'alluminio di origine russa che potrebbero essere stati usati nei programmi di arricchimento dell’uranio. Non è chiaro invece se Pyongyang ammette di essersi procurata anche le centrifughe, secondo quanto gli americani sostengono da anni.

Questa fu l’accusa principale su cui l’amministrazione di Washington lanciò la sua campagna contro la Corea del Nord nel 2002, sconfessando le iniziative diplomatiche precedenti avviate dall’amministrazione Clinton. La posizione del governo Bush è stata per qualche anno che Pyongyang avrebbe dovuto portare a termine uno smantellamento «totale e verificabile» prima di ricevere alcunché in cambio. Tale posizione rigida era incarnata dal superfalco fra i diplomatici Usa, John Bolton, più tardi ambasciatore americano all’Onu o oggi escluso dal potere. Al ritorno graduale degli Stati Uniti su posizioni simili a quelle dell'amministrazione precedente, ha influito certamente il primo test nucleare condotto l’anno scorso dai nordcoreani, che ha rivelato l’urgenza di un accordo. Un altro fattore è stato il ruolo sempre più centrale di mediatore assunto dalla Cina, negli ultimi anni diventata una protagonista, appoggiata dal suo crescente potere economico e dal fatto di essere l’unica grande potenza ad avere rapporti ininterrotti con la Corea del Nord, nel doppio ruolo di protettrice, ma anche di consigliere e controllore.