Corea, rieducazione ai drogati del web

L’uso patologico del computer sta diventando una piaga sociale e la Corea del Sud corre ai ripari con un centro di riabilitazione in stile San Patrignano. Circa 250mila ragazzi passano fino a 17 ore collegati a Internet per chattare o giocare online, saltando anche i pasti e il sonno

Gli occhi a mandorla, sotto i caschetti da alpinista, hanno la stessa luce spenta e un po’ beota dei concorrenti del Takeshi’s Castle, il grottesco «Giochi senza frontiere» che aveva furoreggiato in Giappone negli anni Ottanta e che si concludeva immancabilmente con ignominiosi tuffi nel fango. Gli odierni occhi a mandorla, invece, sono sudcoreani. E ciò di cui si parla, via di mezzo tra un campo estivo e un corso di sopravvivenza, non è un gioco, ma qualcosa di terribilmente serio. È una cura, un trattamento intensivo, l’extrema ratio per cercare di guarire i casi più gravi di una malattia diffusasi di recente in tutto il mondo, ma che in questo ipertecnologico Paese asiatico sta toccando dimensioni e gravità da piaga sociale.

È chiamata Cyberspace addiction, in italiano «Dipendenza da Internet», come se si trattasse di una nuova droga. Analogia purtroppo tragicamente calzante. Chi ne è affetto, giovanissimo e in netta prevalenza maschio, arriva a passare ore e ore, fino a 17 al giorno, collegato alla rete per chattare o sfidare concorrenti senza volto nei giochi di ruolo online. Perdendo completamente autocontrollo e capacità di smettere. Con il risultato non solo di mettere a rischio lo studio e il rendimento scolastico, ma soprattutto di sconvolgere il corretto ritmo tra veglia e sonno, di saltare i pasti, di trovarsi in uno stato di alterazione parossistica, con tremori e ansia, che può prostrare fino a provocare la morte.

È già successo. Un campanello d’allarme che ha spinto le autorità di Seul a correre ai ripari attivando quello che viene considerato il primo campo al mondo di riabilitazione per cyber-dipendenti. Sorge a Mokcheon, località in mezzo ai boschi, a un’ora d’auto dalla capitale. Qui i pazienti vengono sottoposti a faticosissime sessioni di esercizi fisici all’aperto, a sedute di ippoterapia, ma anche a lavori manuali e, ovviamente, a confronti e colloqui con terapisti specializzati. Ovviamente senza accesso a computer o cellulari, con un controllo costante e ferreo che nei casi più gravi si protrae anche durante la notte.

Il campo di Mokcheon, che sarà probabilmente seguito da altri analoghi, va ad aggiungersi ai 140 centri di assistenza contro questa dipendenza e ai programmi di trattamento già attivi in un centinaio di ospedali di tutto il Paese. Infatti, stando a uno studio finanziato dal governo e condotto dal professor Ahn Dong Hyun, psichiatra infantile della Hanyang University, oltre il 30% dei giovani sudcoreani sotto i 18 anni, pari a 2,4 milioni di soggetti, rischia di contrarre la dipendenza. Mentre si calcola che siano almeno 250mila i ragazzi che si possono considerare già «drogati» dalla rete, ovvero con livelli di tolleranza in costante aumento che li portano a sessioni di Internet sempre più prolungate.

Una piaga sociale che i sociologi attribuiscono al combinato disposto tra la disattenzione dei genitori, entrambi costretti a lavorare, e la pervasività dei sistemi di collegamento alla rete, che fanno della Corea del Sud il Paese oggi più cablato al mondo. Almeno il 90% per cento delle abitazioni dispone infatti di reti a banda larga velocissime e a bassissimo costo. E la tentazione continua peraltro anche fuori casa, nei minuscoli PC Bang, centri Internet che si trovano a ogni angolo di strada.

Esempi di campi analoghi esistono già in Cina, dove questa dipendenza è pure in aumento, anche se quelli di Pechino sono volti, per ora, più alla «rieducazione» dei criminali informatici che alla cura dei drogati di web. Ed esperimenti simili sono in corso a Taiwan. Quanto agli Usa, secondo il dottor Jerald Block, psichiatra alla Oregon Health and Science University, si stima che siano almeno 9 milioni i giovani americani a rischio di quello che oltre Oceano viene chiamato «uso patologico del computer». Ma pochissime, al momento, sono le cliniche specializzate nel curarlo. Bisognerà forse aspettare che il fenomeno raggiunga quella che in economia si chiama massa critica. Insomma, che diventi business.