Il corporativismo frena il Paese

Egidio Sterpa

Il mio scritto di lunedì scorso («Il centrodestra tolga dall’ombra i valori liberali») mi ha procurato molte lettere e richieste di spiegazioni. Particolare interesse ha destato questa frase: «Il problema, allo stato delle cose, non è riavere un partito che si chiami liberale, ma che valori e idee liberali entrino proficuamente nel dibattito politico».
Rispondo con la solita franchezza. C’è stato indubbiamente un momento - anni 2001-2002 - che il centrodestra ha creato speranze e aspettative liberali e liberiste. Berlusconi, imprenditore di grande successo affermatosi nella giusta battaglia per la libertà del video, s’è insediato a Palazzo Chigi con la ferma intenzione di dare il via a una politica liberale. Tre risultati sono innegabili: la riforma del mercato del lavoro, la «legge obiettivo» per le opere pubbliche, la politica estera chiaramente atlantica. Ostacoli e freni sono insorti per la politica fiscale, che è rimasta in una sorta di limbo internazionale. E anche la riforma della giustizia è un po’ rimasta a metà. La politica economica, purtroppo, è stata condizionata dagli avvenimenti internazionali e un po’ da incertezza decisionale, neutralizzando così la iniziale spinta liberale e liberista. Va riconosciuto obiettivamente che certa irrisolutezza di chi ha guidato la politica economica soprattutto nei primi tre anni di governo è stata accentuata a causa dei contrasti all’interno della coalizione. An, Udc e Lega si sono esibite, a volte cavillosamente, a volte aspramente in una dialettica ispirata da statalismo, dirigismo e solidarismo. Persino in Forza Italia sono prevalse istanze tutt’altro che liberali. È questo il contesto che ha appannato la visione politica generale della premiership, vanificandone la volontà riformatrice. Da qui talune trascuratezze programmatiche e deviazioni, che hanno fatto perdere molto smalto e incisività alla premiership, logoratasi peraltro in troppe mediazioni.
Diciamo le cose come stanno. La disomogeneità delle forze raccolte nella Casa delle libertà, rimarcata da mire e velleità di taluni leader, ha smorzato il forte incipit liberale dell’intervento politico di Berlusconi. Non era facile, del resto, affermare una politica autenticamente liberale in un Paese che per quasi mezzo secolo è stato stretto tra due forze, quella cattolica e quella comunista, una democratica sì ma non liberale, l’altra decisamente illiberale. Ha ragione Panebianco quando afferma che dalla gestione democristiana è venuto il Paese più statalizzato del mondo occidentale. C’è un dato che lo assevera tuttora e ci viene dal Fraser Institute di Vancouver, organismo serissimo: su 127 Paesi esaminati l’Italia si colloca al 54° posto nella classifica per libertà economica.
Ma non sono solo questi gli aspetti che inducono a segnalare l’assenza di valori liberali. Non ha torto Dario Antiseri quando dice che siamo un Paese «sostanzialmente illiberale». È nella società, nella sua struttura e addirittura, si potrebbe dire, nella sua anima, che c’è povertà di valori e ideali liberali. La cronaca recente ce ne offre un piccolo ma significativo esempio: la rivolta - così l’ha definita il Corriere dedicandole addirittura un’intera pagina - di un gruppo di architetti italiani, tra i quali qualche nome di rilievo, contro l’arrivo in Italia di progettisti stranieri. Nella protesta si è parlato persino di «invasione». Che una delle categorie che una volta venivano definite «liberali» si agiti in maniera così scomposta a difesa della propria corporazione, francamente è quasi incredibile. Quante opere architettoniche italiane fanno mostra e onore alla nostra genialità nel mondo? A San Pietroburgo, per esempio, e tuttora un po’ in tutto il mondo grazie alla creatività di architetti come Renzo Piano e Gae Aulenti.
E non mancano altri esempi di brutto corporativismo, che condannano all’immobilismo e alla passività la società italiana. Lo conferma il blocco in Parlamento di una legge di riforma delle professioni, di cui da tempo si parla inutilmente. È proprio questo che volevo dire la settimana scorsa quando ho scritto che il problema, allo stato delle cose, non è riavere un partito che si chiami liberale, ma che valori e idee liberali entrino proficuamente nel dibattito politico. Proficuamente, cioè con risultati concreti che portino a soluzioni autenticamente liberali, creando condizioni che generino adeguate élite intellettuali e politiche e permettano di trasmettere alle nuove generazioni quella cultura liberale che può rappresentare per l’Italia il passo decisivo verso la modernità. È un discorso, questo, che va tenuto presente almeno a futura memoria.