La corsa a sindaco di Roma è la vera sfida della destra

Dalla svolta di Fiuggi in poi, si sa che cosa la destra non è più. Ma dodici anni di evoluzioni e cinque di governo non sono riusciti a farci capire che cosa la destra italiana intenda diventare. E l’occasione per scoprirlo ora sembra offerta su un vassoio d’argento: la «discesa in campo» - ma non ancora dal Campidoglio - di Walter Veltroni a sinistra potrebbe offrire a Gianfranco Fini lo spunto per candidarsi alla prima poltrona della Capitale d’Italia. Il leader di An pare tentato dalla prospettiva, che del resto già aveva inseguito e quasi agguantato nel ’93, quando ancora guidava l’Msi.
Il sindaco di Roma non è soltanto l’uomo chiamato ad aggiustare i marciapiedi e a risolvere l’irrisolvibile problema del traffico. Governare la città d’Italia più nota al mondo significa anche agire da ministro degli Esteri. Vuol dire essere responsabili del patrimonio storico e artistico più vasto dell’umanità. Presuppone il poter diventare un punto di riferimento fra il Sud del pianeta proiettato sul Mediterraneo e il Nord di un’Europa lontana, ma attratta dalla bellezza dell’italianità. Sindaco di Roma, inoltre, significa condividere il suolo e i valori - non importa se da laici o da credenti -, della Chiesa cattolica, apostolica e non per caso romana. Insomma, in questa Roma la «nuova destra» avrebbe finalmente l’opportunità di far vedere la sua idea dell’Italia. Non più a parole o indicando alla carlona gli improbabili modelli stranieri, quasi che il Paese di Machiavelli non fosse capace di inventarsi una destra italiana. La candidatura di Fini a Roma potrebbe dunque cancellare l’equivoco di una destra sempre più anonima agli occhi di chi non ha aspettato Fiuggi per dar credito alla modernità del conservatorismo, alle novità del gollismo, alla rivoluzione di un liberalismo sociale e patriottico. Per archiviare l’equivoco che l’Italia non abbia diritto a una destra «normale», con idee e ideali alternativi alla sinistra piaciona e piagnona. Vedendo Fini e i suoi all’opera, se vincessero, tutti potrebbero finalmente giudicare, premiando o punendo col voto il nuovo corso della destra nazionale e, grazie a Roma, internazionale.
Altrimenti, la retorica di Fiuggi non sarà mai messa alla prova. O, peggio, diventerà il «vorrei ma non posso» di una destra perennemente al carro di qualcuno o di qualcosa: del governo al quale «concorre», dell’opposizione di cui è solo «una parte», delle iniziative politiche che, al massimo, «condivide» però mai promuove, dei progetti di riforma a cui «aderisce» ma non osa mai presentare, di suoi, al dibattito degli alleati e del Paese. Una destra così, sulla difensiva, senza passione, senza visione, raccoglierà sempre il suo dieci per cento di consensi. Ma non diventerà mai quel che la sinistra è diventata dall’altra parte: il motore di un’alleanza per cambiare l’Italia.
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