Corso accelerato di dandismo Firmato: Max Beerbohm

Un brano tratto dalle «Cattiverie occasionali» dell’autore inglese, tradotte per la prima volta in italiano

Non è forse al suo \ disprezzo per gli accessori che possiamo far risalire lo scopo primario del dandysmo moderno, e cioè la produzione del massimo effetto con i meno stravaganti dei mezzi? In certe congruenze di tessuti scuri, nella rigida perfezione delle camicie, nella simmetria fra il guanto e la mano, era il segreto dei miracoli di Brummell. Ha sempre perseguito l’economia, lo scrupolo nei mezzi. Non aveva bisogno che dei suoi modi. Persino Grace e Philip Wharton, nella loro sciocchezza e nel loro libro sui belli e dannati dell’epoca, parlano del suo guardaroba come di «uno studio in cui giorno dopo giorno componeva l’elaborato ritratto di sé che avrebbe esposto per qualche ora nei club della città». Mr. Brummell era davvero, nel senso più pieno del termine, un artista. Né poeta, né cuoco, né scultore mai portò tale titolo più meritatamente di lui.
E davvero, al di là della sua arte, Mr. Brummell aveva una personalità di insignificanza quasi balzachiana. C’erano dandy, come D’Orsay, che erano quasi pittori; pittori, come Whistler, che avrebbero voluto essere dandy; dandy, come Disraeli, che in seguito si votarono a vocazioni meno perigliose. Amo pensare che Mr. Brummell sia stato un dandy, e nulla più, dalla culla sino allo spaventevole giorno in cui perse la linea e fu costretto a lasciare l’Inghilterra, e più in là, fino all’ora distante della sua morte, nel più tetro degli esili, fra le braccia di due religieuses. Nessuno studente di Eton aveva più successo di lui nello scansare la rigida alternanza di studio e atletica cui costringiamo la nostra gioventù. Un giorno terrorizzò un sorvegliante, un certo Parker, sostenendo di trovare il cricket «una sciocchezza». Ci fu un’altra occasione in cui il preside, dopo avergli rivolto una predica, fu da lui burlescamente rimproverato per l’asimmetria del proprio foulard. Neppure a Oxford riuscì a trovare granché di affascinante, se fu felice di lasciarla, al termine del primo anno, in seguito alla nomina nel decimo reggimento degli Ussari.
Per illustre che fosse la compagnia – tutte le nomine, infatti, erano decise dal Reggente in persona – il giovane Brummell non sopportava la vista dei suoi commilitoni in uniforme esattamente identica alla sua; ne soffriva come avrebbe sofferto una divinità che si fosse trovata a entrare in un ristorante dai molteplici specchi. Un giorno si unì a una parata indossando una tunica azzurra, con le spalline d’argento. Il colonnello, scusandosi per la ristrettezza del sistema che lo costringeva a tanto dolorosi uffici, gli chiese di abbandonare la parata. Beau salutò, tornò alle stalle a passo di trotto e, quel pomeriggio stesso, chiese il congedo. Da allora visse nella libertà che a nessun dandy, in età matura, si può negare.
Il suo debutto in città fu meraviglioso e brillante. Voci sulla sua eleganza gli avevano già conquistato una notorietà anticipata. Lo si credeva ricco. Si sapeva che il Reggente in persona desiderava fare la sua conoscenza. E così, con la Fortuna che oliava le ruote della sua cabriolet e la Moda ad accoglierlo di corsa a St. James’s sventolando rose e sorrisi, avrebbe potuto, se fosse stato un debole o un mondano, perdere l’anima fra raffinate follie. Ma le ignorò. Sistematosi nel suo appartamento, non si allontanò mai più di tanto dal tavolino da toilette, se non per qualche sporadica ora. Si cambiava d’abito tre volte al giorno, ogni giorno dell’anno, e ogni sua toeletta richiedeva in media tre ore, e altre ore in camera di consiglio col sarto o col custode del guardaroba.
Che vita solitaria e devota! Ai club, alle cene, alle corse, andava, va detto, non senza piacere. Di lui si sapeva che aveva giocato a volano al chiaro di luna nel giardino di Mr. Previté, con altri gentiluomini. La sua ritirata da un ballo tenuto da Lady Jersey, in compagnia di una giovane contessa, era piuttosto nota. Si sussurrava persino che un giorno, assieme ad alcuni amici, avesse scardinato il batacchio dal portone di un negozio. Ma queste sue azioni certo non erano dettate da un esuberante amore per la vita; le considerava piuttosto come un sano esercizio del corpo, un talismano contro la temutissima corpulenza cui avrebbe dovuto, infine, la propria rovina.
Persino il più indefesso degli artisti necessita di una qualche ricreazione dal lavoro; e Mr. Brummell, alquanto naturalmente, cercava la propria nelle elevate sfere la cui eleganza meglio si accordava col suo temperamento – le sfere del plus beau monde. Il generale Bucknall ringhiava alla finestra del Guards’ Club che un uomo del genere era adatto ad accompagnarsi unicamente ai sarti. Ma erano solo le fallacie di un vecchio soldato. Le compagnie adeguate a un artista sono i praticanti della sua stessa arte, piuttosto che i fornitori, per quanto onorevoli, della di lei materia prima. Del resto, sono certo che Mr. Brummell fosse tutt’altro che un lacché, come alcuni suggeriscono. Egli si limitava a desiderare di essere visto da chi era meglio qualificato ad apprezzare lo splendore della sua opera. Il pittore non dovrà forse esporre i suoi lavori nelle gallerie, il poeta non dovrà incamminarsi per Paternoster Row? Per l’alta società in quanto tale Mr. Brummell non nutriva amore alcuno. Trattava con condiscendenza tutti coloro che condiscendevano a riceverlo. Persino col Reggente, il suo atteggiamento era immancabilmente quello di un maestro d’arte di fronte a un sincero e ansioso apprendista.
A dirla tutta, la società inglese è sempre stata governata da un dandy, e maggiore è il dandy, più assoluto sarà il suo potere: il dandysmo, il fiore perfetto di eleganza esteriore, è l’ideale che essa a modo suo, un modo piuttosto incoerente, ha sempre tentato di realizzare. Ma non vi è ragione di confondere il dandysmo, come quasi ogni scrittore ha fatto, con la semplice vita sociale. I suoi contatti con la vita sociale, in realtà, non sono che uno degli accidenti dell’arte. La sua influenza, come il profumo di un fiore, si spande inconsciamente. Ha fini e leggi proprie, e non ne riconosce altre. E l’unico ad aver ammesso appieno questa verità estetica è, chi l’avrebbe mai detto, l’autore del Sartor Resartus.
Che un uomo sempre vestito malissimo come Thomas Carlyle abbia tentato di erigere una filosofia dell’abbigliamento mi è sempre parsa una delle note più patetiche della storia della letteratura. Lui nel Tempio dei Vestiti! Perché, novello Clodio, tentava di insinuarsi fra quei misteri, di accendere la pipa a quei bracieri ardenti? Quali suole poteva vantare, che osassero infangare il delicato pavimento del Tempio? E tuttavia, poiché egli tradì un segreto ivi carpito, perdonerò il suo sacrilegio. «Un dandy», tuonò Carlyle attraverso la maschera di Teufelsdröck, «è un indossatore di abiti, un uomo la cui arte, occupazione ed esistenza consistono nell’indossare abiti. Ogni facoltà della sua anima, del suo spirito, del suo portafogli e della sua persona è eroicamente consacrata a quest’unico fine, l’indossare abiti con gusto e saggezza». Queste sono parole vere. Esse sono, forse, le uniche parole vere del Sartor Resartus. E parlo con autorità, dal momento che ho trovato la chiave di quel libro vuoto, anni fa, nel lucchetto dell’armadio vuoto del suo autore. Il suo cappello, a tutt’oggi conservato a Chelsea, mi ha fornito indizi importanti.