Così Borges voleva uccidere l'immortalità

Daniele Abbiati

Ora che Andrea Camilleri, con l'aiuto di Omero, Sofocle, Eliot e compagnia bella, ha parlato in prima serata Rai, dal buio della sua cecità, del cieco più lungimirante, l'indovino Tiresia, per simpatia (nel senso greco di «soffrire insieme») occorre riascoltare un altro cieco multiforme e multicolore, Jorge Luis Borges. Fra l'altro, ascoltarlo sul tema classico contro cui impattano, da che mondo è mondo, maghi, santi, ciarlatani e poeti: la morte. Nella conversazione del 1980 con Liliana Heker pubblicata in questi giorni da Castelvecchi, Borges fa alcune affermazioni che possono sorprendere chi nutre eccessiva fiducia nella potenza e nella inscalfibile salute di ferro dell'arte come scudo da opporre al Nulla.

Innanzitutto dice: Diffido dell'immortalità (questo è il titolo del libretto). Perché l'immortalità è anch'essa una morte: la morte della morte. Poi aggiunge: «Pensare che cesserò» non mi dà tristezza, ma felicità. E questo sembra un passo troppo lungo, anche per un ottantenne... A meno di considerarlo, come lui lo considera, una riappropriazione della libertà, come insegna Seneca, «morire sua morte», mediato da Rilke: «O Signore, concedi a ciascuno la sua morte», cioè la morte giusta a ciascuno di noi, quella in cui ci realizziamo, in cui siamo, per l'ultima volta, noi stessi. «Naturalmente, io non credo nemmeno nel Giudizio Finale», aggiunge Borges, sfilandosi abilmente da qualsiasi religione e confessione. Soprattutto dal cristianesimo: «Che cosa strana che i cattolici condannino il suicidio quando lo stesso Gesù Cristo fu un suicida».

Scendendo sul pratico, Heker domanda al venerato maestro quale tipo di morte preferirebbe. E lui: repentina, ho visto troppe agonie, e l'agonia è «ingloriosa», qualcosa di umiliante. In cuor suo considera un'agonia anche quella di Sartre, morto proprio nell'80, il quale dopo esser diventato cieco smise di scrivere: «Al contrario, io ho pensato: ora che sono cieco, devo continuare a lavorare, perché che giustificazione ha la mia vita se non lavoro?». Infine, esprime il suo vero rammarico, in linea con Lucrezio: è meno grave non esistere più da un momento in poi che non potere, in vita, andare a ritroso nel tempo e fare una capatina, per esempio, a vedere l'assedio di Troia. Omero e Borges, uniti in Platone: «Il simile è amico del simile».