Così la Cina abbandonò il suo «Figlio del Cielo»

Daniele Abbiati

Sull'ultimo imperatore cinese, Aisin Gioro Pu Yi (1906-67), possediamo un documento decisivo, cioè la sua autobiografia, pubblicata in italiano per la prima volta nel 1987 da Bompiani, con il titolo Sono stato imperatore, e un film altrettanto decisivo (per incoronarlo personaggio romanzesco), quello di Bernardo Bertolucci uscito nello stesso anno. Ma se Pu Yi fu, a un tempo, sia il malleabile traghettatore verso la Repubblica, sia un'ingenua vittima del nuovo corso, chi lo precedette, il penultimo imperatore, cioè suo zio Guangxu (1871-1908), sfiorò quello che sarebbe stato un passaggio epocale ancor più clamoroso: una sorta di rivoluzione di velluto (anzi, di seta visto che parliamo di Cina) che avrebbe potuto portare alla modernizzazione dell'impero, evitandone la dissoluzione. Invece la «Riforma dei cento giorni» fu uccisa in culla da un colpo di stato. E capeggiato da chi? Dalla terribile imperatrice madre Cixi, la quale regnò dapprima in luogo del figlio minorenne Tongzhi e poi, appunto, del povero Guangxu, e morì un giorno dopo aver nominato Pu Yi.

Tutto questo lo dice la Storia. E la Letteratura, per mano del francese Victor Segalen (1878-1919), ne rispetta le linee essenziali, ma aggiunge molto altro: la simpatia umana, lo slancio utopico, il rispetto e l'amore per un mondo che allora, all'inizio del Ventesimo secolo, i «Barbari» occidentali giunsero a sconvolgere, con i loro costumi rozzi e il loro mercantilismo. Il Figlio del Cielo di Segalen, uscito in Francia postumo nel 1975, appare ora per la prima volta in Italia dall'editrice O barra O ed è il ritratto di Guangxu come emerge dal resoconto di un ipotetico annalista di corte non ufficiale. Al sovrano esautorato e confinato su un'isoletta all'interno della Città Proibita («Ora sappiamo che un solo grande ricominciamento è possibile, e si compie più in alto del Cielo stesso») si somma l'uomo innamorato di una concubina. Al poeta che nei momenti di sconforto durante la fuga verso Est descrive in forma quasi diaristica quei «giorni tintinnanti come asce» dà ulteriore dignità l'uomo di cultura che, aggrappandosi ai capisaldi della tradizione taoista, ci appare tragico come un Amleto e filosoficamente stoico come un Marco Aurelio.