Così la Danimarca ha vinto la sfida della competitività

Un sistema di flexicurity in Italia? Con la riforma del mercato del lavoro in predicato, il dibattito sull’opportunità di adottare e adattare il «modello danese» alla nostra realtà appare più che mai aperto: già dal 2006 l’Unione Europea ha individuato nell’accoppiata tra flessibilità per le imprese & sicurezza sociale per i lavoratori la chiave di un sistema capace di garantire maggiore occupazione e di migliore qualità: più flessibilità nelle assunzioni e nei licenziamenti, nell’ottica di una mobilità che mira a rendere le aziende più competitive, a fronte di indennità di disoccupazione assai generose accompagnate da attività di riqualificazione professionale e di aggiornamento, grazie alle quali passare più agevolmente da un posto di lavoro all’altro.
Su questi presupposti la Danimarca, a partire dal 1993, ha basato il proprio modello di crescita occupazionale, col risultato di ridurre i senza lavoro a livelli di gran lunga inferiori alla media europea. Se è vero che nel 2008 erano il 3,4% e che, complice la perdurante crisi, la loro quota è salita al 7,8% nel novembre dello scorso anno, contro i rispettivi valori italiani del 6,7% e dell’8,6%, è altrettanto certo che oggi la disoccupazione giovanile nel Paese nordico è al 14%, 7 punti in meno della media Ue, mentre la nostra si attesta su una percentuale almeno doppia. Inoltre, in Danimarca la forza lavoro supera il 70% della popolazione e un lavoratore su tre cambia posto ogni anno: un turnover che sta alla base della continua evoluzione delle dinamiche di domanda/offerta. La mobilità si associa a un’elevata flessibilità dell’orario e dei salari, nonché funzionale e organizzativa, nell’ambito dello stretto controllo operato di concerto da imprese e organizzazioni sindacali. E può contare su sussidi di disoccupazione che possono giungere al 90% dello stipendio per un periodo massimo di quattro anni, la cui erogazione è però legata a piani individuali di aggiornamento e riqualificazione professionale obbligati; il sistema non lascia spazio alla precarietà anche grazie al ruolo del sindacato nel sistema di orientamento e formazione del personale. Peraltro, l’elevato costo di queste indennità è un incentivo a far funzionare bene i meccanismi di ricollocazione. Vari studi dell’Ue - che all’Italia attribuiscono un valore di 2 nella scala compresa tra 1 e 10 connessa al mix di flessibilità contrattuale, sostegni al reddito e strategie di formazione continua - concordano nell’ipotizzare che un’iniezione di «flessicurezza» di un solo punto aggiuntivo aumenterebbe tra il 2 e il 3% l’occupazione tra giovani, donne e over 50.
Il modello danese, a partire dal quale il giuslavorista Pietro Ichino ha elaborato una proposta di riforma, appare sostenibile anche con l’attuale recessione economica. Dalle statistiche relative al 2010 emerge che nel giro di un mese un quarto dei disoccupati aveva trovato un altro impiego e l’80% del totale aveva raggiunto il medesimo obiettivo entro un anno. Certo, da un lato la forte protezione offerta dalla Danimarca ai lavoratori fa il paio con un elevato prelievo tributario, dall’altro il welfare si lega strettamente al sistema socioeconomico e culturale, in un Paese che ha un quarto del debito pubblico italiano e soprattutto un tasso di evasione fiscale nemmeno lontanamente comparabile. Un contesto caratterizzato da un alto livello medio di istruzione, nonché da comportamenti maggiormente ispirati al senso civico e alla fiducia reciproca, che favoriscono la collaborazione tra le parti.
Ecco perché, a rendere difficoltoso il percorso verso la flexicurity all’italiana non vi sono soltanto il quadro generale e i pregiudizi legati alle rendite di posizione, i costi degli ammortizzatori sociali e la scarsa efficienza dello Stato, ma anche un atteggiamento culturale da modificare, contestualmente al superamento delle segmentazioni del mercato del lavoro, in prospettiva non più diviso tra inamovibili ipergarantiti e precari privi di tutele.