Così la globalizzazione ha distrutto il diritto

Quarant’anni fa l’Unesco mi incaricò di collaborare a una pubblicazione di Charles Taylor sui diritti dell’uomo. Misi in luce, in quel concetto, l’antinomia: un diritto «dell’uomo», come tale, deve valere allo stesso modo per tutti: uno dei diritti dell’uomo è appunto di conservare la peculiarità del suo modo di vedere la vita e, quindi, la vita.
Ora Antoine Garapon, magistrato, e Julie Allard, ricercatrice in filosofia, dicono qualcosa di analogo, leggono «in termini di bricolage» (p. 105) La mondializzazione dei giudici (ed. Dusuil, 2005, tradotto da Liberilibri 2006, pp. 109, euro 12). Non può meravigliare che i giudici si dedichino oggi a una sorta di «assemblaggio», divisi come sono tra «la forza immaginativa del diritto» e il dovere di «custodire il preciso patto politico» da loro stipulato con i governi. Da un lato la mondializzazione sembra autorizzare il giudice (specialmente nei Paesi di common law) a ispirarsi a sentenze pronunziate in altri Paesi. Ma così, «scegliendo ciliegia da ciliegia» (cherry picking, dicono gli americani) ispirano inevitabilmente le sentenze a proprie preferenze personali. Universalità e personalità del diritto entrano in collisione.
Come ci ha ricordato Mario Sechi su il Giornale del 15 gennaio, tra Europa e Stati Uniti si è già prodotta una frattura in tema di Tribunale penale internazionale. E si è prodotta perché, per i crimini più gravi «contro l’umanità» alcuni giudici si sono arrogati una giurisdizione universale. Questa sarebbe possibile solo se esistesse una legislazione altrettanto universale, quale (in teoria) potrebbe venire dall’Onu; posto, però, che l’Onu fosse in grado di farla valere. C’è infatti, nel diritto, un’antinomia ancor più profonda: anche chi proponga la migliore delle legislazioni è autorizzato a farlo solo se ha modo, al tempo stesso, di farla valere; anche con la forza.
Sembrano questioni sottili, che incidono al più su persone eminenti, come gli imputati di Norimberga, il generale Pinochet e, per una divertente ironia della storia, una ballerina di night come Evita Perón. Le questioni di principio, però, soprattutto in materia penale, sono importanti per tutti. Sono decisive per la convivenza civile perché la pena incide su ogni valore dell’esistenza, fino alla vita stessa (quand’anche la pena di morte sia stata sostituita da altre, «più umanitarie»). Uno qualsiasi di noi è improbabile che abbia delle noie perché in Belgio o in Spagna vi sono giudici (come il celebre Garzón, del resto tutt’altro che sprovveduto tecnicamente) che si arrogano una competenza universale su qualsiasi persona, indipendentemente dalla nazionalità e, soprattutto, dal territorio: ma questa è la fine del diritto. Se due giudici - indipendenti per definizione - hanno competenza sullo stesso fatto, al diritto si sostituisce l’arbitrio assoluto. Due o più giudici potranno emettere sentenze difformi, con motivazioni contrastanti, in base a principi anche posposti. Il giudice di legittimità, quale la Cassazione, non avrà più nulla da giudicare, perché la legittimità verrà in contrasto con se stessa.
Se, dunque, la «mondializzazione» delle leggi pone problemi quasi insolubili, la «mondializzazione» della giurisdizione distrugge il diritto come tale. Come uomo, un giudice può additare allo sdegno universale un delitto anche lontanissimo nel tempo e nello spazio, ma come giudice dovrà astenersi dal sentenziare su ciò che non gli compete (in primo luogo, per territorio).