«Così ho creato il miracolo Catalogna»

Classe 1930. Jordi Pujol parla, racconta, sorride. Ascolta, ricorda. Nella Spagna di oggi i gay si sposano e possono avere figli. Riflette, sorride. «Il matrimonio per me esiste solo tra un uomo e una donna, ma ho sempre lottato per i diritti umani». Nel 1949 Jordi era solo un ragazzino che combatteva contro il franchismo. Appiccicava manifesti alle pareti, distribuiva fogli clandestini e correva via veloce. Fino a quando lo hanno preso. Arrestato e incarcerato per due anni nelle prigioni di Franco. I suoi sogni si realizzano quasi dieci anni dopo, quando nel 1974 fonda il partito Convergenza Democratica di Catalogna: il federalismo e l’identità catalana i suoi cavalli di battaglia. Il popolo catalano distinto e diverso da quello spagnolo, la lingua, la cultura lavoratrice, imprenditrice, produttrice. La Catalogna lo ama. Lo incorona. Le elezioni sono una vittoria totale. Nell’80 è il primo presidente della Catalogna. Continuerà a vincere ininterrottamente fino al ’99. Quel ragazzotto basso e tarchiato ce l’ha fatta. La Catalogna esiste. Il resto della Spagna resta a guardare questo piccolo miracolo economico che da solo traina il Paese intero. Sulle auto adesivi con l’asinello per rivendicare la distanza con il toro, simbolo nazionale. Jordi Pujol è nella storia di ogni catalano.
Cosa voleva dire essere catalano negli anni del franchismo?
«Erano anni duri, irrespirabili, soprattutto per noi catalanisti. In quegli anni il nazionalismo era più di una fede. Le rivendicazioni venivano punite con il carcere duro».
Si ricorda nei primi anni '70 la partita del Barcellona contro il Real Madrid? Qualcuno dice che quella partita di calcio simboleggia la fine del franchismo. Dov’era quel giorno?
«Fu una partita molto tumultuosa, ma definirla un simbolo della fine del franchismo è un’esagerazione. Quella partita fu il risultato di uno sbaglio dell'arbitro. Un errore grossolano, evidente, che aizzò gli animi dei tifosi. Giocavano due squadre che erano due mondi: il Barcellona, catalanista, antifranchista, il Real Madrid, che si diceva fosse la squadra di Franco, la superfavorita. Dopo l'errore dell'arbitro nello stadio scoppiò una rivolta. Ma io non c’ero. Io non mi sono mai mischiato. I miei interessi erano altri. Ma quello a Barcellona non è stato l'unico caso. Nel 1939, alla fine della guerra civile, il Barcellona rischiò la chiusura. Era accusato di catalanismo. Si rischiò la dissoluzione della società per imposizione politica del franchismo».
È vero che il partito catalano si è ispirato all'autonomismo sardo?
«No, il catalanismo esiste dalla seconda metà dell'800. Nasce prima di tutto come movimento culturale e intellettuale, e poi si sviluppa come movimento politico. Io personalmente posso dire di avere le mie proprie di idee. Io però ho conosciuto personaggi dell'autonomismo sardo e li stimo».
Cosa pensa di Bossi?
«Ma Bossi è venuto dopo rispetto a me».
Certo, ma lo ha mai conosciuto, vi siete mai incontrati?
«No mai incontrati, ma so per certo che il federalismo senza Bossi non esisterebbe in Italia».
In Italia c'è la devolution. È possibile un federalismo amministrativo senza un federalismo fiscale?
«In Catalogna le cose sono diverse rispetto alla situazione italiana. In questo momento ad esempio siamo in fase di revisione finanziaria. In Spagna la Catalogna ha sempre aiutato il resto del Paese. L'autonomismo serviva principalmente per riequilibrare le differenze, secondo il concetto di solidarietà dare alle province più bisognose. La Catalogna è la regione più ricca, con 7 milioni di abitanti. Produce il 19 per cento della ricchezza del Paese ed è la regione che riceve meno aiuti da parte dell'Ue. E ora la redistribuzione del Pil è andata così avanti che è diventata insostenibile per la Catalogna. Ogni anno c'è un trasferimento dell'8-9 per cento del Pil dalla Catalogna al resto della Spagna. È insostenibile».
Crede che la Lombardia, il Nordest italiano, la Catalogna e le altre regioni produttive europee possano essere il motore per uscire dalla crisi?
«Sono regioni forti, certamente sono il motore che fanno viaggiare l'Europa. Ma come motori, per trainare tutta la Nazione devono funzionare bene, e devono avere anche autonomia economica. E non dimentichiamo che in queste regioni ci sono problemi comuni: prima di tutto l'immigrazione e la competitività che deve mantenere livelli molto alti».
Un giorno lei ha detto: la mia forza? Sono brutto, mi hanno votato perché i catalani sono piccoli e grassottelli come me. Conferma?
«Si è vero, l'ho detto ad una signora all'uscita del seggio, mi aveva appena votato. Io non sono bello, sono alto 1,65 sono calvo e un po' grassottello. Quello che volevo dire è che non devi essere per forza come Robert Redford per andare lontano. È la gente normale che fa la storia, gente come me, i catalani dovevano capire che io ero come loro».
E infatti ha vinto per sei volte consecutive le elezioni.
«Si ho vinto perché io ho saputo interpretare l'animo della gente catalana. Perché non sono mai stato un modello stilizzato ma una persona concreta».
Altri hanno detto che la sua forza è nella fede: Catalogna, federalismo, cattolicesimo.
«Si è vero. La fede è una grande cosa. Io ho sempre avuto le mie idee, le mie convinzioni forti e ho sempre lottato per difenderle negli anni. I grigi non mi sono mai piaciuti.
Come è riuscito a convincere il re a parlare in Catalano quando viene in visita al Parlamento di Barcellona?
«Non l'ho convinto io, l'ha scelto lui, ma devo dire che il figlio Felipe conosce meglio il catalano e conosce più frasi».
Quale è la parola che ama di più in lingua catalana?
«Beh non saprei, a me le parole in catalano piacciono tutte. Non saprei proprio scegliere»
Il confronto tra laici e cattolici in Spagna ormai è diventato ideologico. Cosa è successo? Chi è responsabile?
«I socialisti di Zapatero stanno conducendo molte battaglie etiche con troppa aggressività. I temi sono delicati, affrontarli con questa durezza scatena la reazione della Chiesa e la obbliga a rispondere con gli stessi toni duri, scatenando alla fine uno scontro ideologico. Ma la Chiesa spagnola come istituzione è molto conservatrice».
Cosa pensa dei matrimoni omosessuali?
«La Catalogna ancora prima della Francia ha realizzato i Pacs. Io stesso ho difeso una legge per le coppie di fatto. Per me è giusto riconoscere i diritti civili per tutti. Ma il matrimonio per me è un'altra cosa. E la coppia è formata da un uomo e una donna».
E cosa pensa della scelta di togliere il crocefisso dalle aule delle scuole?
«Anche in questo il governo ha svelato tutta la sua aggressività. Il tema del crocifisso è un tema delicato. Sbagliato affrontarlo così».