«Così ho salvato la pipa di Stalin dalle bombe russe»

Il creatore dell’Urss nacque e andò a scuola proprio in questa città. Qui la popolazione lo venera ancora come un semidio

da Gori (Georgia)

Gori si trova a un’oretta di autobus da Tbilisi. I marshrutka, pulmini georgiani, per arrivare qui partono dalla stazione di Didube, che ospita anche un grande mercato dove gli abitanti comprano tutto quello che gli può servire prima di tornare alla loro città d’origine: dal pane ai pesci dall’odore inquietante a galline che viaggiano insieme con i passeggeri, quando va bene rinchiuse in apposite gabbie.
Si trovano anche i sacchetti griffati, che andavano a ruba nella tanto vituperata Mosca degli anni ’90. Pure la metropolitana è uguale a quella della capitale dell’ex Urss, in granito rosso e con i sostegni in ferro su cui una volta troneggiavano le falci e martello.
Da lontano, Gori sembra uguale ad altre città dell’era post sovietica. Ha i suoi casermoni, disposti in blocchi di diverso colore e con tonalità che non si discostano mai dal bianco sporco, il rosa pallido e l’azzurro. E la stessa aria grigia. Poi però appena ti avvicini, capisci che due cose la rendono diversa da tutti gli altri centri: il fatto che sono ancora visibili i segni della guerra e il fatto che tutta la città gira attorno a una figura storica e a una statua che troneggia, incurante del passare del tempo e delle bombe russe, nella piazza principale, quella di Josif Vissarionovic Dzugašvili, meglio noto alle cronache con il nome di Stalin.
Il creatore dell’Urss, riconosciuto come uno dei dittatori più sanguinari della Storia, nacque e andò a scuola proprio a Gori e ancora oggi qui è venerato come un semidio. Così tanto che, quando i russi hanno iniziato a bombardare la città, uno dei primi pensieri è stato quello di mettere al sicuro i suoi effetti personali.
Robert Maglakelidze, il direttore del museo Stalin, famoso in tutto il Paese e nei territori dell’ex Urss, racconta al Giornale quei momenti ancora con emozione. Trovarlo non è difficile. Anche se il museo è parzialmente chiuso e gli oggetti più importanti si trovano ancora nella capitale, lui non abbandona il suo posto. Sta lavorando alla riapertura, che dovrebbe avvenire entro il mese di ottobre e che era stata programmata per l’8 settembre, data slittata perché la Georgia e soprattutto la città di Gori devono ancora riprendersi dal trauma di agosto.
«Stiamo stati fortunati - spiega - i bombardamenti non hanno colpito il museo, altrimenti avremmo perso tutto. Appena ho sentito gli aerei non ho avuto dubbi. Dovevo mettere in salvo le cose più importanti e quindi ho deciso di farlo, anche a costo della vita. Ho caricato sulla macchina il suo cappotto, il cappello, la penna, gli occhiali e la pipa, oltre ad altri effetti personali, in tutto una cinquantina, e li ho messi in salvo a Tbilisi. Ci sono cose che non si possono sostituire».
Sembra stia parlando delle reliquie di un santo. Ascoltandolo si fa fatica a credere che tali attenzioni siano state riservate a un dittatore sanguinario, per di più anima di quell’Urss da cui la Georgia si è staccata nel 1991. Mosca adesso è il nemico da combattere, ma guai a fargli notare che quella città tanto odiata diventò centro di potere proprio grazie al loro illustre concittadino.
«Questi sono in parte luoghi comuni - spiega ancora Maglakelidze - le assicuro che qui le persone arrivano a fiumi. Nel 2007 sono state quasi 25mila le presenze. Arrivano soprattutto russi e georgiani. Per molti ancora, Stalin è un punto di riferimento in un periodo di sbandamento come questo. Ci hanno provato anche i soldati russi a visitare il museo, ma non glielo abbiamo permesso, gli abbiamo detto che era chiuso. Gli abitanti di Gori sono fieri di lui, lo chieda a loro se non ci crede».
Parla della ristrutturazione, dei progetti, del nuovo sito Internet e mi invita a fare un giro in città per capire il rapporto fra Stalin e i suoi concittadini. Peccato che poi l’attenzione si concentri sull’ombra della guerra. Guardi la statua di Stalin, in piazza Stalin, cammini sul viale Stalin, e Gori sembra una normale città grigia dell’era non troppo post sovietica. Poi ti allontani e vedi il dolore, misto a voglia di tornare a vivere. Palazzi ancora sventrati, altri ridotti a cumuli di cenere di fianco ai primi cantieri per la ricostruzione. La gente che ti ferma per venderti di tutto. Ti mette in mano la merce nella speranza che tu ti senta costretto a comprare. Mi dicono di stare attenta perché adesso la città è pericolosa. Non è questione di delinquenza, ma di miseria che acceca. Riprendo la via verso il confine turco. Dopo pochi chilometri inizia il Parco naturale di Borjomi-Kharagauli, dove passa l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dovrebbe portare prosperità a tutta la Georgia. Lo scenario naturale è così bello che sembra il paradiso. Me ne vado da Gori con le mie domande sulle sue contraddizioni. E poca voglia di girarmi indietro.