Così l’ex-first lady tratta la resa nell’infinito duello con Obama

da Washington

West Virginia, uno Stato piccolo ma generoso. Ieri, per esempio, ha portato una qualche sorta di vittoria a tutti e tre i candidati che vi si sono presentati. Vittoria sicura, aritmetica, larga, prevista per Hillary Clinton, che ha ottenuto uno dei suoi migliori risultati della interminabile maratona per la Casa Bianca. Ha portato una vittoria quasi certa a Barack Obama, che aritmeticamente è stato sconfitto, ma che ha sormontato praticamente illeso uno degli ultimi ostacoli, ormai formali, alla nomination presidenziale del Partito democratico. E ci ha trovato una nuova, confortante conferma John McCain, il repubblicano che aspira a prendere il posto di George W. Bush alla Casa Bianca. Tutti e tre i senatori hanno avuto ciò di cui avevano bisogno.
Le intenzioni della Clinton non sono chiare a tutti e lei fa il possibile per tenersi aperte tutte le opzioni, dalla «guerra totale» che potrebbe distruggere il suo partito, a una rappacificazione più o meno commossa con Barack Obama, passando per le ipotesi di patteggiamenti di varia entità, alcuni pubblici alcuni no. Tutte le strade, però, passavano dalla West Virginia, uno Stato che pare disegnato a sua misura: quasi unicamente «bianco», quasi tutto rurale, operaio, basso reddito e basso livello di istruzione. Pochi neri, pochi giovani, pochi benestanti, pochissimi intellettuali. Nelle carte non c’era niente di meno di un plebiscito, con un manciata di delegati eletti che non decideranno nulla perché ormai contano solo i superdelegati, non eletti ma in compenso «grandi elettori». E i «super» continuano a spostarsi verso Obama, alcuni provando tormenti, altri fingendoli, altri ancora impegnati unicamente a fare calcoli nell’interesse inscindibile del partito e propri. I più sono ormai convinti che entro un paio di settimane Obama raggiungerà, mettendoli assieme, il «numero magico» che gli garantisce la nomina, con Hillary o contro Hillary. Con Hillary, però, sarebbe molto meglio. E allora ecco Obama spedirle sempre più spesso dei «billets doux», riconoscendole le qualità e amabilmente trascendendo i difetti più urtanti: quella che gli altri chiamano testardaggine, intossicazione da potere, ambizione alla Lady Macbeth, lui definisce ora «combattività». E lei comincia a rispondere in vari modi, anche obliquamente, perfino con le false papere.
Chiudendo la campagna elettorale in West Virginia, per esempio, ha parlato dei duri compiti che attendono il prossimo presidente e per due o tre volte di seguito ha detto «lui dovrà». Poi ha finto di correggersi, e si è affrettata ad aggiungere: «lui o lei, naturalmente». Aiuta Obama anche la sua decisione di chiudere unilateralmente le polemiche interne al Partito democratico per dedicarsi infine alla campagna contro il repubblicano. In bocca a Obama, ormai, c’è solo McCain. Meglio tardi che mai perché McCain, intanto, e non per merito suo, è diventato il favorito, l’uomo da battere. A dirlo non sono tanto i sondaggi (che indicano tuttora una sostanziale parità), ma coloro che conducono le indagini in profondo, per esempio tenendo conto delle bugie che gli elettori dicono a chi gli chiede per chi voteranno. Ci sono dei tabù verbali di cui ci si spoglia solo nel segreto dell’urna. Per esempio il colore della pelle, ma non soltanto. Obama si è ora rassegnato a puntarsi una spilletta con la bandiera americana.