Così la metafisica ha sconfitto l’«imperialismo»

Non c’è dubbio: è stato il fascismo a fascistizzare la romanità molto più di quanto non fu la Roma antica a romanizzare il fascismo. Detto così semplicemente, quest’assunto sfiora la banalità, ma articolato nel saggio di Emilio Gentile Fascismo di Pietra (Laterza) diviene il perno di una piccola rivoluzione copernicana, avvenuta grazie a un ribaltamento culturale sorretto da analisi storiche e sociali accurate e nuove. Il fascismo non fu solo vuota retorica e sostenerlo in chiave storica non è certo revisionismo, anzi proprio il liquidare con sufficienza alcuni fenomeni, alla lunga, non solo non permette di restituire i fatti alla verità, ma addirittura rischia di diminuire le responsabilità di quel fenomeno di fronte alla storia stessa. Non si comprende il fascismo, afferma Gentile, se non se ne colgono gli aspetti dell’estetica del potere, nella sua pretesa, insomma, di affermarsi come religione politica. Come il mito della romanità attraverso il quale il regime volle costruire una nuova civiltà imperiale. E gli effetti di tale mitologia, affatto scenografica e per nulla minore a quella augustea, li vediamo ancora oggi, pietrificati nelle strade, negli edifici, nei monumenti, nei quartieri, in una colata di ideologia che attraversa Roma, scende lungo il corso del Tevere, dal foro italico fino al complesso dell’Eur. Quando nel maggio del 1936 Benito Mussolini dal balcone di piazza Venezia annunciò la «riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma» tale processo, assieme ideologico ed estetico, era giunto al suo apice. E a questa ascesa avevano contribuito le arti, la pittura, la scultura e l’architettura in una spinta per nulla passatista. Il ruolo della storia e dell’archeologia, da una parte servì a cancellare (o a tentare di mettersi alle spalle) l’Italietta liberale invisa al regime, dall’altra funzionò da pretesto estetico e finanche etico per costruire un’ideologia di uno stato che si voleva proiettare in un futuro di splendore. In quest’ottica Gentile fa notare come «al mito fascista della nuova romanità aderirono non soltanto architetti e artisti che avevano il culto della tradizione, ma anche i più giovani fautori dell’architettura nazionale e di una estetica della nuova romanità fascista, che fosse ispirata da una dinamica spregiudicata modernità». Bizzarra nemesi di un progetto esteticamente interessante e politicamente perverso è che la realizzazione massima di tale disegno - che avrebbe dovuto celebrarsi in occasione dell’esposizione universale del 1942 attraverso la costruzione di un intero quartiere -, mai si celebrò. Così l’Eur, nei suoi ritmi simmetrici di luci e ombre, nel candore dei marmi che per quanto voluminosi sembrano non aver peso, è rimasto il monumento a ciò che non fu. Più metafisico, forse, che propriamente neo-imperiale.