«Così Osama voleva arruolarmi»

«Se non fossi contrario alla pena di morte direi che è giusta per Saddam. Ma doveva essere processato dal Tribunale dell’Aia»

«Fu spaventoso. Fu uno dei momenti più terribili della mia vita». Robert Fisk vive da circa trent’anni nel Medio Oriente, spostandosi tra uno scenario bellico e l’altro, muovendosi a proprio agio in alcuni dei teatri di guerra più sanguinosi della contemporaneità. Eppure, il riferimento non è al sacrificio di una bomba umana su un autobus di Tel Aviv, alla morte di un bambino colpito da un proiettile vagante in un mercato di Bagdad e nemmeno all’esecuzione di un giornalista occidentale su una strada dell’Afghanistan a opera di una banda di predoni. Fisk si riferisce alla volta in cui bin Laden, dopo averlo incontrato, sostanzialmente cercò di reclutarlo alla causa di al Qaida.
Il suo saggio Cronache Mediorientali (Il Saggiatore, pagg. 1184, euro 35) è un monumentale condensato di storie personali ed esperienze di vita a cui fanno da sfondo millenni di violenze e guerre senza soluzione. La dimensione del tomo potrebbe spaventare, ma lo stile partecipe e appassionato rende la lettura avvincente. Robert Fisk, inviato dell’Independent e della radio canadese, è una voce acuta e critica, sempre pronta a esprimere dissenso, se non addirittura sdegno, nei confronti di un Occidente che non si è mai spogliato completamente della propria vocazione colonialista così come del Medio Oriente musulmano, incapace di trovare un’unità di intenti e di superare le spinte fondamentaliste. Fisk resta un giornalista scomodo, inviso a vinti e vincitori in quasi tutti i contesti di guerra in cui si è venuto a trovare.
Perché pensa che bin Laden abbia scelto di farsi intervistare proprio da lei?
«In realtà, fu un amico comune saudita dotato di grande senso dell’umorismo a pensare che sarebbe stato buffo assistere a un incontro fra bin Laden e un giornalista occidentale. Da solo non ce l’avrei fatta. Certo, bin Laden deve aver considerato onesti e interessanti i miei articoli, visto che mi ha concesso altre due interviste. Io stesso ho fatto il prezioso, per non dargli la sensazione di morire dalla voglia di incontrarlo, e credo di essergli piaciuto quando gli ho chiesto di spiegarmi com’era stato combattere contro i russi in Afghanistan».
Da bin Laden a Saddam Hussein. Che cosa pensa della sua condanna?
«Questo non è un gran giorno per l’Irak, un Paese in fiamme. Se non fossi contrario alla pena di morte, direi che è giusto che Saddam venga impiccato. Però, il suo processo non si è uniformato agli standard internazionali della giustizia. Saddam dovrebbe essere giudicato dal Tribunale Internazionale dell’Aia. D’altra parte, giustiziare il mostro che noi occidentali abbiamo creato mi sembra una grande ipocrisia».
La storica intolleranza per lo straniero e un più recente fondamentalismo religioso sembrano gli elementi comuni del tormentato Medio Oriente. Come commenta questa situazione?
«Una insegnante al Trinity College di Dublino, dove mi sono laureato, mi ha fatto leggere alcune opere teatrali scritte da autori spagnoli del XVI secolo, all’indomani dell’espulsione dei Mori e dei Giudei dall’Andalusia. Sono testi satirici, estremamente irrispettosi nei confronti del profeta Maometto. Prima di allora, l’Occidente aveva già mostrato di che pasta era fatto con le Crociate. Nell’XI secolo, i crociati vinsero la fame divorando i cadaveri dei loro nemici a Homs. Oggi, invece, assistiamo a un’erronea interpretazione dell’Islam secondo cui si tratterebbe di una religione votata alla guerra. Non si parla mai di Islam e Cristianesimo, bensì di Islam e Occidente, perché i musulmani hanno conservato la loro fede mentre i cristiani l’hanno persa».
La questione palestinese è al centro del suo libro. Ci sono speranze?
«Solo restaurando i confini che hanno preceduto i fatti del 1967 si può pensare a una risoluzione pacifica del conflitto arabo-israeliano. C’è stato un momento in cui persino i palestinesi si erano rassegnati a una riduzione del loro territorio. Ora, invece, anche loro si sono radicalizzati».
Non le sembra bizzarro che, in un’epoca in cui la tecnologia dovrebbe aver preso il sopravvento anche in campo militare, siano ancora le figure carismatiche a far volgere le sorti di un conflitto?
«Non mi piace la parola “carisma”. Non mi piacciono nemmeno le parole “terrorismo”, “crociata” e “processo di pace” perché sono diventate dei cliché. Ma è pur vero che certi grandi personaggi del passato non ci sono più. Gente come Churchill, per esempio. Oggi lo scenario internazionale è popolato da nanetti che noi vorremmo fossero titani. Ho incontrato gente di notevole levatura, come l’ayatollah Khomeini. Non so se avesse carisma. Quel che so è che certe vibrazioni, per quanto sinistre, le ho percepite. Un grande personaggio l’ho conosciuto. Mi riferisco a Khatami, un uomo integro, intelligente, intellettualmente evoluto, propenso a far percorrere all’Iran una via illuminata. Peccato che l’Occidente volesse qualcosa d’altro».
Guerra di civiltà, cioè crociata. Un’espressione usata tanto da Bush quanto da bin Laden. Questione di carisma o di propaganda?
«Credo che sia sempre la violenza e non la personalità di un individuo a cambiare il corso della storia. Comunque è vero, sia l’uno sia l’altro hanno utilizzato quell’espressione».
Lei ha più volte dichiarato che la democrazia non si costruisce sulla sabbia, bensì sulla giustizia. Che cosa intende dire?
«Che per avere un futuro di pace in Medio Oriente è fondamentale iniziare ad ammettere alcuni errori commessi. Per esempio, la creazione di un tiranno come Saddam Hussein, l’espulsione di 750mila palestinesi dalle loro case a opera dell’esercito israeliano nel 1984, la gestione poco illuminata dei profughi ebrei dopo la seconda guerra mondiale, il genocidio armeno a opera dei turchi, la sperequazione delle forze nel conflitto fra palestinesi e israeliani, la necessità di assicurare a Israele la sicurezza all’interno dei suoi confini».
Pensa che la mancanza di unità degli arabi abbia impedito al conflitto mediorientale di assumere una portata più vasta?
«Dopo la prima guerra mondiale, molti diplomatici americani in Medio Oriente chiesero al loro governo di favorire la nascita di una grande nazione araba che andasse dalla Mesopotamia al Mediterraneo e al Mar Rosso. Uno stato arabo moderno ispirato a principî democratici avrebbe forse posto le basi per un futuro diverso. Sappiamo che la democrazia non si crea nello spazio di una notte, ma certo sarebbe stato un inizio. Le cose andarono diversamente, anche perché l’allora presidente degli Stati Uniti stava morendo. Inoltre, in certi casi, l’Occidente tarpò le ali a movimenti insurrezionali che si proponevano di instaurare modelli di governo alternativi alle tirannidi imperanti in molti stati mediorientali».