Così il Seicento ha acceso la luce

El Greco, Annibale Carracci, Caravaggio, de Ribera e Lorrain: cinque fra i maggiori maestri del Barocco che hanno interpretato la natura profonda dei drammi umani

Chissà perché quel giovane pittore di Candia che aveva imparato la sua arte secondo moduli fissi e modelli immutabili, decise di sbarcare a Venezia, un giorno. Avrebbe dato un destino diverso alla pittura bizantina che dalle ere più antiche era obbligata a ripetersi, a riprodursi all’infinito senza guardare più il mondo, sopra cieli d’oro, sopra montagne appuntite, rocce grigie, panneggi accartocciati.
Domenico Theotokopulos sbarcò a Venezia intorno al 1576. Lì vide Tiziano, Tintoretto e Veronese, Jacopo Bassano e quella superba scuola di colori che da più di un secolo rischiarava la pittura sui soffitti, nelle chiese, nei palazzi. Il suo cammino è unico, nella storia dell’arte. Giunse da una civiltà stanca per incontrarne un’altra non stanca ma alla sua fine naturale: la Maniera. E raccolse quelle due eredità: la greca e la manierista rovesciandole a suo favore. Nacque lo stile unico di El Greco: così lo chiamavano in Spagna, dove, tra l’Escorial e Toledo, lasciò alcuni dei capolavori della pittura del Cinquecento: contrasti di luce, visioni notturne, miracoli e apostoli. La Maniera stava concludendosi ovunque, in Europa e in Italia. Nelle corti, da Anversa a Praga, nelle città e nelle botteghe.
I due grandi innovatori della pittura del Seicento, Annibale Carracci e Caravaggio, andarono entrambi a scuola da maestri manieristi. Ma i tempi erano cambiati, e l’uno e l’altro, negli stessi anni, a distanza di poche ore di viaggio, sentirono che era il momento di ricominciare. Annibale Carracci nacque e si formò in una famiglia di pittori. Lui è il più giovane, e quando lascia Bologna per Roma si appresta a donare alla «riforma», che suo cugino Ludovico aveva impostato nella seconda città dello Stato della Chiesa, la dimensione totale della riconquista della natura e della forma. Raffaello, Tiziano, Michelangelo, la scultura classica sono la linfa che, a Roma, aggiunge alla sua visione la pacata, matura e colta bellezza della classicità. Lo seguì Claude Lorrain, francese trapiantato a Roma che, da sempre, osservò il paesaggio per dargli la ragione e l’ordine che in natura non c’è. Gli si oppose invece Caravaggio che aveva solo undici anni meno di Annibale, e osservava la stessa realtà e la stessa vita. Solo che uno la trasformava in eterna visione di mitica felicità, e l’altro nella quotidiana miseria, del dolore, della povertà, del male. Delle osterie e delle prostitute di quella Roma dove, come diceva un antico storico, i «pittori vanno e vengono e non li si può dar regola». Vissero poco entrambi, morirono male entrambi. Uno, si dice, di malinconia, un mal d’amore mai confessato; l’altro giacque riverso su una spiaggia, forse ammazzato. Aveva comunque già ucciso lui un uomo, per una partita a pallacorda (antenato del tennis) e la sua visione del Vangelo e della storia, della giustizia e delle cose, era diversa per forza.
Che cosa fosse la realtà, la natura, la vita se lo chiedeva anche l’altro spagnolo trapiantato a Napoli, Jusepe de Ribera, che per i viceré napoletani e i nobili spagnoli tentò una sua risposta, fra le stanze oscurate di Caravaggio e i ricordi di Velázquez, fra il dramma della vita, vera o immaginata, e la eterna risposta della pittura, amica muta, consolatrice silente che trasforma il grido in poesia e gli dà requie.