Così si cura la maculopatia, il peggior incubo dei miopi

di Luigi Cucchi

La maculopatia è una patologia della retina responsabile di far perdere la vista se non trattata per tempo e in modo adeguato. I giovani in Italia a rischio di questa seria e grave malattia sono oltre 1 milione, e il 5% di essi potrà avere una perdita rapida e drammatica da 10 decimi a meno di un 1 (con perdita di oltre il 90% della vista) a causa della produzione di neovasi retinici.
«Questa evoluzione negativa si evidenzia con una certa frequenza nei pazienti affetti da miopia elevata- spiega Matteo Piovella, presidente della Società oftalmologica italiana, la più antica società scientifica - e su questi pazienti bisogna intervenire con assoluta prontezza, mediante una terapia che ha dimostrato un'indiscutibile, straordinaria efficacia e cioè la terapia intravitreale che utilizza farmaci innovativi, quali Avastin e Lucentis. La medicina basata sull'evidenza - continua Piovella - ha da tempo e con estrema chiarezza, certificato questa terapia come la più efficace nella cura delle maculopatie essudative, con l'incredibile risultato di un ripristino rapido della vista, a volte dopo una sola iniezione. In sintesi, con una o due sole iniezioni intravitreali la maggior parte di questi giovani pazienti risolve la malattia».
Tra le diverse lesioni retiniche associate alla miopia elevata, la neovascolarizzazione coroideale (Cnv) è tra quelle maggiormente invalidanti per la funzione visiva. Si stima che sia presente in circa il 60% dei soggetti miopi. La storia naturale di questa patologia miopica conduce a una gravissima perdita della capacità visiva in oltre l'80% dei soggetti che, a 5 anni dalla diagnosi, ha un visus inferiore a un centesimo.
Proprio la potente carica invalidante di questa patologia ha indotto nel passato a numerosi tentativi terapeutici molto aggressivi: fotocoagulazione laser, chirurgia sottomaculare, traslocazione maculare, metodiche abbandonate per la loro scarsa utilità sul piano funzionale. La terapia fotodinamica (Pdt) con verteporfina, messa a punto dieci anni orsono, è stata il primo trattamento approvato. Uno studio internazionale ne ha dimostrato i limiti: riduce il rischio di perdita visiva a un anno confrontato con il placebo. Purtroppo, dopo 2 anni i benefici rispetto al placebo scompaiono e la differenza di capacità visiva non è statisticamente significativa.
Oggi la Pdt, come la fotocoagulazione laser o la traslocazione maculare sono trattamenti da abbandonare. La disponibilità dei farmaci anti-Vegf ha rivoluzionato la gestione di questa patologia con risultati anatomici e funzionali inimmaginabili pochi anni fa. Il bevacizumab è stato impiegato con successo nel trattamento della Cnv anche durante il primo trimestre di gravidanza senza effetti avversi su madre e nascituro.
Un aspetto che non deve essere sottovalutato è quello legato alle complicanze vitreoretiniche che si manifestano dal 5,4% al 16.2% dei casi trattati. I pazienti devono essere accuratamente informati dell'elevato rischio di complicanze e devono condividere con il medico il progetto terapeutico di una patologia che porterà inevitabilmente alla cecità se non trattata. «Purtroppo in Italia il medico oculista è obbligato a sottoporre questi pazienti alla terapia fotodinamica: una cura obsoleta e abbandonata - sostiene la Soi - a causa della sua inefficacia e addirittura pericolosità». Ed è per questo che chiediamo - afferma il presidente Piovella - un intervento immediato dell'agenzia Aifa e del ministero».

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