Così ti metto in «tavola» un’arte

Alla Triennale di Milano un omaggio al rivoluzionario linguaggio dei comics

Chi ancora crede che i fumetti siano roba per bambini farà bene a visitare la mostra «Fumetto International» appena aperta alla Triennale di Milano (a cura di Fausto Colombo e Matteo Stefanelli, fino al 3 settembre), un esauriente excursus sull’evoluzione che il medium fumetto ha compiuto negli ultimi anni modificando, al passo con i tempi e a volte anticipandoli, sia il proprio linguaggio che le forme editoriali. Innanzitutto, balza agli occhi la sorprendente capacità del racconto per immagini di veicolare emozioni di ogni tipo, senza alcuna sudditanza verso altre tecniche di comunicazione come cinema, musica o letteratura. Il fumetto non è figlio di una musa minore rispetto ad altre arti, anzi, può contare su un proprio codice espressivo che si caratterizza come punto d’incontro e contaminazione fra diversi generi e forme espressive, «una zona di libero scambio - per usare un’espressione di Antonio Faeti - un crocevia in cui si determinano incroci imprevedibili».
Un altro aspetto è la ricchezza di piani di lettura, temi, target, formati, tecniche e linguaggi offerti dal fumetto. L’idea che il linguaggio dei comics sia eminentemente infantile o adolescenziale costituisce un luogo comune difficile da estirpare. Ancora negli anni Ottanta alcune case editrici americane cercavano di promuovere i propri albi presso il pubblico maturo con lo slogan «Comics are not just for kids», «I fumetti non sono solo per bambini». La mostra di Milano dimostra non solo che i fumetti possono essere letture assolutamente mature, in molti casi colte e perfino sofisticate, ma anche che all’interno della produzione rivolta a un target infantile sono proposte storie di grande qualità: basti ammirare le tavole del nizzardo Joan Sfar che raccontano una favola con protagonista un vampiro...
Il punto di partenza scelto dai curatori nell’allestire la rassegna è l’uscita, nel 1978, di A contract with God - il primo libro con in copertina la dicitura graphic novel, «romanzo a fumetti» - di Will Eisner, uno dei massimi disegnatori americani: una rivoluzione, perché in precedenza, negli Usa, i fumetti erano per lo più seriali (con protagonisti ricorrenti), pubblicati su comic book (albi spillati di piccolo formato), distribuiti nei chioschi o nei supermarket, in genere umoristici o di avventura. Con Eisner, e poi con Art Spiegelman e Frank Miller, i fumetti cominciarono a essere concepiti come veri e propri libri e, soprattutto, ci si abituò all’idea che potessero raccontare qualunque cosa: le angosce quotidiane, la deportazione degli ebrei nei lager o la guerra a Sarajevo... In Italia già nel 1968 usciva Una ballata del mare salato di Hugo Pratt, una vera e propria graphic novel anche se pubblicata a puntate su rivista. E nel ’69 Dino Buzzati riproponeva in un suo libro il mito di Orfeo ed Euridice attraverso un adattamento fantastico in chiave moderna intitolato Poema a fumetti, vero e proprio romanzo realizzato secondo il codice fumettistico.