Così Al Zarqawi sta soppiantando Osama bin Laden

Andrea Nativi

Ancora una volta una raffica di attentati compiuti da Al Qaida, o meglio, dalle cellule terroristiche che fanno capo ad Abu Musab al Zarqawi, provoca una strage tra musulmani, civili innocenti. È l’ultimo atto di una strategia che la stessa Al Qaida non solo non condivide, ma osteggia pubblicamente.
Si sta quindi creando una frattura tra le frange più estremiste delle organizzazioni terroristiche internazionali, mentre la stessa popolazione civile dei Paesi islamici respinge metodi così brutali e non discriminanti di condurre la lotta contro gli infedeli. Per le strutture e i servizi intelligence, questa situazione rappresenta uno sviluppo positivo importante, che offre significativi vantaggi e la possibilità di ottenere informazioni da fonti attendibili, che in passato si sono sempre rifiutate di collaborare. Sta già avvenendo in Irak, e ora la speranza è di raccogliere notizie utili e delazioni a livello internazionale e globale.
Gli attacchi ai tre hotel di Amman infatti hanno provocato vittime soprattutto tra la popolazione civile locale e tra i morti ci sono persino esponenti della intelligence palestinese.
Come già accaduto lo scorso agosto, quando gruppi di terroristi affiliati al ramo iracheno di Al Qaida lanciarono un attacco dimostrativo con razzi non guidati contro unità navali statunitensi ancorate ad Aqaba, in Giordania, le organizzazioni palestinesi, anche quelle terroristiche, non possono che deprecare l’iniziativa. E riprovazione e dissociazioni arrivano da tutto il mondo arabo, moderato e no.
Questo nuovo episodio porterà a un’ulteriore severa repressione da parte delle autorità giordane, sinceramente preoccupate per l’apparente incapacità - nonostante l’attacco di questa estate e le segnalazioni che arrivano copiose dai servizi amici e alleati - a individuare e neutralizzare le cellule attive nel Paese. E il giro di vite non è gradito, anche perché cementa il supporto popolare intorno al giovane sovrano amico dell’Occidente.
Cresce poi il dissidio tra la leadership di Al Qaida e Al Zarqawi. Già nel recente passato le divergenze tra le due fazioni sono diventate di pubblico dominio, con tanto di lettere di Ayman al-Zawahiri, alfiere di Bin Laden, rivolte al terrorista di origine giordana, il quale ha risposto accusando in pratica la vecchia guardia di aver rinunciato alla lotta.
Gli analisti concordano nel considerare Al Zarqawi come capo di una organizzazione che da almeno 18 mesi è indipendente da Al Qaida, con una propria struttura, fonti di finanziamento, centri di reclutamento e struttura operativa, ramificata in diversi Paesi islamici, a partire dall’Egitto fino alla Giordania, nella stessa Siria e nella striscia di Gaza, e probabilmente anche in Europa. Al Zarqawi si pone come alternativo e concorrente ad Al Qaida, ma la sua politica di aggressione contro la popolazione sciita irachena, contro Paesi e governi islamici moderati, attraverso obiettivi simbolici e la popolazione civile, è altamente rischiosa. Si è creato nemici in Irak, ma anche in Iran e in tutto l’Islam.
Un movimento terroristico e di guerriglia ha bisogno del sostegno popolare per trovare appoggi, connivenze, nuove reclute, e per agire liberamente nel teatro operativo. Si può anche scegliere di imporre la propria presenza brutalmente, come fecero in qualche caso i Viet Cong e come fanno i guerriglieri ceceni, ma è una politica spesso controproducente. I gruppi terroristi concorrenti che si trovano ad agire in condizioni più difficili, fronteggiando la reazione negativa delle popolazioni civili, prima o poi possono opporsi direttamente o indirettamente agli avversari. E tutto questo non fa che aumentare la pressione su Al Zarqawi.