Cosa farò da grande? Il lavoro di mio nonno

«Lui» si immagina soprattutto ingegnere, crede di essere imbattibile in informatica e scimmiotta il papà quando dice che sarà lui - rispetto alle femmine - a fare più carriera. «Lei» invece sogna di essere un'insegnante, sostiene di essere più brava a imparare le lingue rispetto ai maschi ed è scura che da grande sarà lei a doversi occupare della famiglia.

I «lui» e le «lei» in questione hanno tra gli 11 e i 14 anni. Fino a ieri erano bambini, oggi guai se non li chiami ragazzi. Frequentano quelle che un tempo erano semplicemente le medie e oggi (anche se solo formalmente, perché tutti tanto continuano a definirle medie ), si chiamano Scuole superiori di primo grado. Il primo grado verso il futuro. Quel futuro che sia «lui» che «lei» hanno già piuttosto chiaro. E non è differente dal passato.

Un ragazzino su due (il 58%) ammette che sa già cosa farà da grande. I maschi al primo posto ci mettono l'ingegnere, al secondo il medico, al terzo l'informatico. La femmina sul podio dei lavori preferiti sistema prima la maestra, poi la veterinaria e infine l'avvocato. Lo chef è l'unica professione trasversale, probabilmente influenzata dalla popolarità dei programmi sul tema. Altrimenti i maschi tra le professioni più ambite mettono anche il poliziotto, le femmine l'estetista.

COME SI CAMBIA

Insomma, niente di nuovo. A 12 anni o giù di lì, sanno già che faranno quello che i loro genitori pensavano di fare alla loro stessa età. E i nonni, prima di loro. Non solo. Faranno quello che i genitori si aspettano da loro. Si chiamano stereotipi. Vecchi come il mondo e resistenti nonostante le (poche) Cristoforetti & C.

Lo ha dimostrato una ricerca appena realizzata da Ipsos per Valore D, la prima associazione di imprese che promuove l'equilibrio di genere. Nata nel 2009 dallo sforzo comune di 12 aziende virtuose (AstraZeneca, Enel, GE Oil&Gas, Johnson&Johnson, Ikea, Intesa Sanpaolo, Luxottica, McKinsey & Company, Microsoft, Standard&Poor's, UniCredit e Vodafone) oggi conta più di 180 aziende associate.

La domanda di partenza dell'indagine è quella che un bambino e una bambina si portano dietro fin dall'asilo. Balbettano appena qualche parola, ma già i maschietti dicono di volere fare l'astronauta oppure il calciatore e le femmine sognano palcoscenici da ballerina o cattedre di maestra.

Alle medie la cosa si fa più seria perché di lì a poco il percorso comincia a delinearsi sul serio. È a quest'età che si creano le preferenze o l'avversione verso alcune materie che influenzeranno poi la vita professionale. Ma la prospettiva non si è allargata. Anzi. Solo il 31 per cento delle ragazze tra gli 11 e i 14 anni giudica la matematica una materia divertente e piacevole, contro il 50 per cento delle bambine tra i 7 e i 10 anni. Anno dopo anno i maschi si orientano verso professioni tecnologico-scientifiche, le femmine verso quelle umanistiche e di cura. Non è un caso. L'idea è influenzata prevalentemente dalla famiglia, con la mamma principale modello per le femmine (47%) e il papà per i maschi (44%) che al secondo posto sostituiscono le madri con i personaggi dello sport.

I genitori infatti pur riconoscendo le doti delle figlie, riflettono ancora una concezione tradizionale dei ruoli: non hanno dubbi nel sostenere (lo dice uno su due) che i maschi sono più bravi nelle materie scientifiche mentre vedono le femmine più talentuose in italiano, storia, geografia e lingue. Sostengono che sia più facile per i maschi fare carriera (lo dice uno su due) nonostante riconoscano, già a quest'età, che le ragazze hanno più facilità nello studio, sono più ambiziose e più sicure di sé. Ma tutto questo evidentemente non basta a sganciarsi dai pregiudizi visto che solo l'11% dei genitori e uno sparuto 9% di ragazzi/e pensa che saranno le femmine ad avere vita facile nel mondo del lavoro. Lo dicono chiaro i genitori e, di riflesso, finiscono per pensarlo anche i ragazzi: 4 ragazze su 5 non hanno dubbi nel dire che sa saranno loro ad occuparsi della famiglia e in questo anche i compagni di classe maschi sono sostanzialmente d'accordo (lo dicono 3 su 5). Così come i ragazzi si sentono tranquillamente di poter dire di essere più bravi in informatica (per il 57%) mentre c'è solo 1 ragazza su 10 che osa alzare la mano per dire di sentirsi un asso del computer.

Sono percezioni, evidentemente. Ma sull'importanza della percezione il sociologo americano William Thomas ne ha fatto addirittura un Teorema che porta il suo nome e che si studia nei manuali di sociologia. Thomas affermò che «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze». È conosciuta come la profezia che si autoadempie. In poche parole, se tu pensi che succeda qualcosa ci sono parecchie probabilità che accada davvero. Dunque se una ragazza in prima media pensa di non essere tagliata per la matematica perché la mamma in qualche modo glielo fa pensare e la prof conferma la tesi, è pressoché impossibile che decida qualche anno più tardi di iscriversi a ingegneria.

IL COLORE DEL LAVORO

«Non ci sono professioni per donne e per uomini. Ciascuno, indipendentemente dal genere, può realizzare le proprie aspirazioni con impegno e determinazione» ha ribadito Barbara Falcomer, direttore generale di Valore D che, a questo proposito, si è fatta promotore in Italia dell'iniziativa «InspirinGirl». Da un anno portano nelle scuole donne «role model» che aderiscono al progetto a titolo volontario e gratuito. Sono manager, ingegnere, professioniste, sportive, imprenditrici e portano nelle scuole l'esempio delle proprie esperienze e il racconto delle loro carriere professionali, del coraggio e della passione che hanno guidato le loro scelte. «Nessuno dovrebbe poter attribuire ad una ragazza un colore - tipicamente il rosa - o indicare la materia per la quale è più portata - di solito le materie umanistiche - o il lavoro che probabilmente farà, spesso legato alla cura. Inspiring Girls aspira proprio ad alleggerire le ragazze dal peso degli stereotipi perché si sentano libere di sognare in grande, di essere ambiziose, di immaginarsi anche in professioni dove ci sono tanti maschi. Facendo vedere che anche lì qualche donna c'è già, ce l'ha fatta ed ha successo».

Il lavoro da fare è parecchio. L'Italia ha perso fra il 2016 e il 2017 32 posizioni nel Global Gender Gap, indice che misura l'opportunità di accesso fra donne e uomini al mondo del lavoro: siamo 82esimi su 144 paesi. Prima di noi ci sono Paesi come Messico, Filippine, Albania, Polonia. Vale dunque la pena ricordarsi le parole della first lady americana, Eleanor Anna Roosvelt. «Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni».

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Mer, 04/04/2018 - 14:36

Talvolta penso che certi articoli, che sembrano avere qualche pretesa di serietà e divulgazione pseudo scientifica, citando statistiche, risultati di sondaggi discutibili e fornendo dati che si risolvono semplicemente nel "dare i numeri", siano del tutto inutili. Servono solo a riempire le pagine e portare a casa la pagnotta. Come in questo caso.

fifaus

Mer, 04/04/2018 - 15:07

Giano: si, però credo che in questo caso servano a creare nuovi stereotipi,..