Crac, rivolte e malattie E' l'epoca del "contagio"

Il concetto di contaminazione, preso in prestito dalla medicina,
tradisce l’ansia di perdere il controllo su ciò che ci appartiene

«Contagio» è la parola che spiega come oggi stiamo vivendo la nostra decadenza. E, come accadeva oltre un secolo fa, quando il termine «decadenza» entrava a vele spiegate nella nostra cultura, anche adesso si utilizza un vocabolo della medicina. Il filosofo Friedrich Nietzsche, colui che con maggior profondità spiegò il declino dell’Europa, neppure aveva a disposizione un’adeguata parola tedesca per descrivere questo tramonto: si servì del termine francese décadence, assumendolo dalle ricerche che il medico Pierre Burget adoperava per spiegare il decadimento fisico della persona.
Oggi troviamo la parola «contagio» in tutte le lingue - almeno in quelle europee - e la sua accezione rimanda senza equivoci a un problema della medicina, dunque a qualcosa che riguarda la nostra salute: esattamente come accadeva per la parola «decadenza» prima che diventasse un concetto essenzialmente connesso a questioni culturali.
Leggiamo i giornali, seguiamo i telegiornali e ascoltiamo sempre più di frequente e in contesti assolutamente diversi tra loro la parola «contagio». Per esempio: il crollo della Borsa di Wall Street contagia le Borse di tutto il mondo. La crisi politica in Tunisia contagia gli altri popoli musulmani: Egitto, Libia... Le ribellioni, le violenze, i disordini scoppiati a Londra rischiano di contagiare altre metropoli in cui è forte il disagio sociale. Uno dei film più attesi alla mostra del cinema di Venezia ha come titolo Contagion ed evoca una terrorizzante pandemia, cioè un’infezione che non si riesce a circoscrivere, di cui si è perso il controllo e contagia senza che se ne conoscano le cause e senza possibilità di rimedio. Insomma, la pandemia come malattia simbolo del contagio distruttivo dell’umanità.
Un contagio che infetta l’economia, la politica, la società, la vita stessa. Una parola che è il segno evidente della paura, dell’ansia di perdere il controllo su ciò che ci appartiene che è proprio nostro e che viene minacciato nella sua integrità dall’esterno. Siamo allarmati da ciò che accade al di fuori della nostra piccola realtà e ne temiamo il contagio, così ci chiudiamo in noi stessi e ci difendiamo dal pericolo che arriva proprio da quel mondo esterno di cui in altri tempi avevamo cercato alleanze e reciproche relazioni.
Viene da pensare a un ripiegamento sulle nostre identità, più o meno presunte, dopo quell’apertura globalizzata, dopo la globalizzazione degli ultimi decenni. Ma questo atteggiamento è solo un aspetto parziale di un fenomeno più generale provocato dall’idea del contagio.
La paura, l’ansia o il terrore del contagio sono sentimenti regressivi rispetto al desiderio, alla speranza, all’entusiasmo che esprimono il bisogno di utopia, di progettualità. Una società che crede nella propria cultura si apre al mondo, si inventa nuove possibilità di rapporti e non si chiude nel timore di perdere il controllo su ciò che le appartiene. Proprio per questo il contagio (sia esso economico, politico, sociale) non è l’effetto della malattia, ma è ciò che causa la malattia. Una malattia occidentale che sta provocando la perdita di idealità, di progettualità, di voglia di credere nel futuro. Questo accade perché l’Occidente sta pervertendo l’ordine della struttura sociale che dovrebbe avere a suo fondamento una cultura che comanda la politica, la quale, a sua volta, regola l’economia. Oggi è esattamente tutto a rovescio: è l’economia che controlla la politica, la quale non si preoccupa minimamente di definire la propria base culturale. È come pensare di poter costruire una casa a cominciare dal tetto. Siamo diventati tutti marxisti e crediamo che l’economia sia il fondamento su cui si basa la società. Il comunismo marxista ha già distrutto una parte della società occidentale, il marxismo liberista economicista materialista di questo tempo sta distruggendo l’altra parte della società occidentale.
Ci si chiede attoniti come sia possibile che una agenzia di rating possa comandare la politica e neppure lontanamente si suppone che questo sia il risultato di un modello di sviluppo che ha messo a proprio fondamento l’economia. Ecco allora un disastro dietro l’altro, da cui cerchiamo affannosamente di rimanere immuni: temiamo il contagio, abbiamo paura di perdere il controllo su ciò che ci resta di sano chiudendoci regressivamente, nichilisticamente in noi stessi. Senza capire che dall’ansia del contagio ci si libera cambiando il modello di sviluppo, restituendo alla cultura il fondamento della politica, e alla politica il comando sull’economia.