Craxi, raccolta la sua sfida riformista

Margherita Boniver*

Bettino Craxi fu un protagonista della politica internazionale. La sua morte in esilio, sei anni fa, per questo scosse il mondo. La sua eredità, da questo punto di vista, è enorme. Oggi tutti riconoscono che la vera politica è anche sempre politica internazionale. Nessun Paese può permettersi di rinchiudersi nei propri confini, sia per ragioni etiche sia per ragioni politiche. Ma se questa intuizione s’è fatta strada in Italia e in Europa, lo dobbiamo soprattutto a Craxi, il cui impegno internazionale risale già ai primi anni della militanza socialista. Craxi ebbe sempre una politica estera, anche quando era solo un giovane dirigente di partito. Faceva dell’impegno internazionale una componente essenziale della promozione degli interessi del Paese. Era questo il suo modo di essere riformista e patriota.
La sua politica internazionale aveva innanzitutto una connotazione europea. L’Europa era il suo orizzonte di riferimento, il suo paesaggio culturale e ideologico. Non tentennò mai sull’Europa e non smise mai di credere nell’unificazione. Si trattava di una fiducia quasi naturale, che gli veniva dal profondo della sua formazione riformista e democratica. Possiamo dire che la sua politica internazionale era polarizzata su due opzioni di fondo, oggi più che mai attuali: impegno incondizionato nel campo delle democrazie, da una parte, e valorizzazione del ruolo mediterraneo dell’Italia dall’altra.
Quando si parla di impegno nel campo delle democrazie occidentali, nel caso di Craxi si fa riferimento a qualcosa di più ampio rispetto alla lealtà atlantica. Egli si batté personalmente per sostenere i partiti e i movimenti democratici del mondo intero. Quando ci fu il colpo di stato militare in Cile nel 1973, l’allora giovane deputato milanese partì subito per Santiago con una delegazione dell’Internazionale socialista. Vennero fermati e minacciati da poliziotti cileni mentre tentavano di depositare dei fiori sulla tomba di Allende, seppellito sotto falso nome. Di lì cominciò una formidabile campagna di solidarietà con gli esuli cileni che affluivano in Italia a migliaia, destinata a durare fino alla fine degli anni Ottanta.
In quanto appassionato difensore della democrazia, Craxi fu un fiero avversario del comunismo. Il suo anticomunismo veniva da lontano. Era convinto dell’irriformabilità di quei regimi e di quell’ideologia, perché, da socialista, ne conosceva le radici storiche e culturali e ne contestava l’opzione ideologica di fondo, vale a dire il rifiuto violento della tradizione riformista.
Già nel 1972 promuoveva la pubblicazione della rivista Listy, diretta da Jiri Pelikan, sulla quale scrivevano i dissidenti dell’Europa, primo fra tutti Vaclav Havel. Sfidò il conformismo culturale della sinistra comunista, e divenne tra gli interlocutori occidentali principali della cultura del dissenso: memorabile fu la Biennale del Dissenso del 1979 diretta da Carlo Ripa di Meana. A differenza di quella di Brandt, la Ostpolitik craxiana era rivolta non tanto agli stati e ai loro rappresentanti, quanto alla società civile e alla cultura. Egli era convinto della profonda e radicale illegittimità di quei regimi e cercava, dunque, un rapporto diretto con i politici e gli intellettuali che si battevano contro di essi.
Su questo punto egli trovò l’intesa con Ronald Reagan, che di Craxi apprezzava le doti di chiarezza e determinazione, al di là dei dissensi che ci furono su Sigonella. L’Italia divenne un pilastro della politica di contrasto alla minaccia dell’Urss. La scelta dell’installazione dei missili a Comiso, nell’autunno del 1983, fu la risposta occidentale agli SS 20 sovietici puntati contro l’Occidente. Ma Craxi venne attaccato dal Pci come «servo degli americani». Era chiaro, infatti, che quella scelta avrebbe inferto un colpo decisivo all’Unione Sovietica. La conferma delle intuizioni di Craxi venne alcuni anni dopo, con la dissoluzione dell’Urss a seguito della drammatica conclusione della stagione delle riforme di Gorbaciov, cui pure Craxi non fece mancare il proprio appoggio.
Per quanto riguarda la politica mediterranea, Craxi era convinto che l’Italia dovesse promuovere la distensione tra i Paesi che si affacciano su questo «mare interno». Egli individuò nella questione israelo-palestinese la crisi che assorbe le migliori energie della regione, impedendole di esprimere il suo enorme potenziale di sviluppo. Non si trattava solo di portare la pace, ma anche di fare di quest’area un punto nevralgico nei rapporti economici e culturali tra il Nord e il Sud del pianeta e tra l’Occidente e l’Oriente, con un ruolo di primo piano per l’Italia. Il suo impegno fu appassionato e senza sosta. Ricordiamo, ad esempio, la Conferenza di Amman, del febbraio 1985, da lui fortemente sostenuta e che segnò uno spartiacque nella storia della questione israelo-palestinese. L’Olp si dichiarò pronta a far parte di una delegazione insieme alla Giordania per negoziare con Israele. Un passo avanti enorme. Craxi non accettò mai che si mettesse in discussione l’esistenza dello Stato di Israele, di cui difendeva il diritto alla sicurezza. Ma al tempo stesso egli era considerato un interlocutore privilegiato da parte del mondo arabo, che in lui vedeva un amico, uno statista che perseguiva l’incontro e non lo scontro delle civiltà. Craxi faceva questo, naturalmente, anche con spirito di servizio nei confronti del proprio Paese. Si può dire che nell’impegno diretto a fare del Mediterraneo un’area di collaborazione e di pacifici scambi si riassumono il suo patriottismo, il suo amore per la libertà dei popoli e il suo pragmatismo riformista.
*Sottosegretario di Stato - Ministero Affari Esteri