Come creare 40mila posti barca in più

Secondo uno studio di Ucina, basterebbe razionalizzare gli spazi sottoutilizzati nei bacini commerciali esistenti. Si attiverebbero così risorse (private) per 1 miliardo di euro creando almeno 10mila posti di lavoro nell’indotto <br />

Anton Francesco Albertoni*

La nautica, che secondo lo stu­dio della Fondazione Edison rappresenta la quinta forza trainante dell’export italiano, è letteralmen­te compressa sul mercato interno. E non solo dalla mancanza di infra­­strutture. Anche le differenze nor­mative, determinate dal passag­gio della competenza sulle conces­sioni demaniali alle Regioni (e da alcune di esse devoluta ai Comu­ni), rappresentano un grave limi­te.

In questo senso il cosiddetto «fe­deralismo demaniale», cioè il definitivo conferimento delle coste al­le autonomie (e dei beni su di esse ubicati), può essere la chiave di vol­ta per risolvere il gap che ci separa dagli Stati che ci fanno concorren­za nel Mediterraneo: Francia, Spa­gna, Croazia e ora Turchia, Tuni­sia, Montenegro. L’interesse non è solo quello - legittimo - degli imprenditori che vorrebbero competere almeno al­la pari con i colleghi dei Paesi del Mediterraneo,ma quello dell’inte­ra Nazione: qualunque studio economico dimost­ra infatti come i be­ni demaniali marittimi destinati al­la nautica da diporto offrono il mi­glior moltiplicatore del reddito e dell’occupazione anche rispetto a tutti gli altri settori del cluster marittimo ( dati Censis, Bain & Co, Osservatorio Nautico Nazionale). Lo stesso schema di decreto legislati­vo sul federalismo demaniale sta­bilisce che l’ente territoriale è tenu­to a favorire «la massima valorizza­zione del bene nell’interesse della collettività». Quindi, la nautica è la soluzione.

Secondo uno studio di Ucina-Confindustria Nautica si possono ricavare 40mila posti barca sempli­cemente razionalizzando gli spazi sottoutilizzati nei bacini commer­ciali esistenti. Si tratta di attivare risorse - private - per 1 miliardo di euro e anche 10mila posti di lavo­ro nell’indotto. Il numero dei posti barca può essere ulteriormente au­mentato destinando all’ormeggio a secco una di parte dei piazzali, degli scivoli e delle strutture fronte­mare che costituiscono il dema­nio marittimo. Molti di questi beni erano già censiti dal dpcm 21 dicembre 1995, il quale elencava i beni del demanio marittimo inizialmente rimasti allo Stato in occasione del primo trasferimento di funzioni amministrative alle Regioni.

Oggi le autonomie potrebbero decide­re che una quota parte di queste strutture vadano destinate priori­tariamente all’uso nautico, recu­perando spazi a mare per la gran­de nautica e consentendo ormeg­gi a costi contenuti per la nautica sociale. In America si fa da 30 an­ni... Il trasferimento alle autono­mie, infine, può essere l’occasione per definire la la spinosa questio­ne dei canoni demaniali, che la Fi­nanziaria 2007 moltiplicò fino a 10 volte. Allora, con un evidente erro­re concettuale, fors’anche ideolo­gico, i porti furono assimilati agli stabilimenti balneari, i cui costi di realizzazione sono evidentemen­te ben diversi. Questo ha in parte bloccato gli in­vestimenti, senza portare un euro nelle casse dello Stato perché tutte le imprese hanno fatto ricorso. In­fatti, secondo Ucina, gli aumenti hanno riguardato - fatto illegitti­mo- i contratti in essere e non solo quelli a venire. L’aumento, infatti, si abbatte retroattivamente sulle opere già realizzate, facendo salta­re i business plan. Anche per que­sto i ricorsi cominciano a trovare accoglimento. Inoltre il nuovo meccanismo in vigore dal 2007 punisce, penalizzandolo con maggio­ri oneri, chi realizza strutture più importanti, che, va ricordato, allo scadere della concessione torna­no in mano pubblica. Esattamen­te contro quella che dovrebbe esse­re una logica di incentivi rispetto a chi investe maggiormente.

Il fede­ralismo demaniale può dunque es­sere un’opportunità, ma anche un ulteriore limite. Ucina-Confindu­stria Nautica, tra l’altro,è preoccu­pata dalla modalità adottata per il trasferimento dei beni, che preve­de una parcellizzazione e anche una certa concorrenza fra Regioni, Province e Comuni. Questo è asso­lutamente controproducente e dannoso per la gestione del mare che, per sua natura, ha bisogno di un progettounitario.I n quest’ott­i­ca sarebbe bene che la Conferenza Stato-Regioni trovi «regole mini­me » che valgano per tutte le auto­nomie, come la durata minima del­le concessioni dei porticcioli turi­stici, salvo la podestà di ciascuna di legiferare in materia.
* Presidente Ucina