Credere o non credere? Gli scrittori rispondono

da Torino
Sui palchi della Fiera laici e cattolici non si affrontano, ma ciascuno per conto proprio tengono lectio magistralis, si fanno intervistare da neutrali moderatori o, nel migliore dei casi, rispondono alle domande del pubblico su temi che riguardano il confine e il conflitto tra laicità, religiosità, scienza, fede. Dalla parte dei cattolici sfilano idealmente Susanna Tamaro, Enzo Bianchi, il cardinale Ruini, Giovanni Lindo Ferretti e una miriade di appartenenti all’Associazione Sant’Anselmo, che all'interno del progetto culturale Cei ha presentato una serie di incontri su temi come la preghiera, la differenza sessuale, il rapporto tra editoria e religione. Tra i laici, gli agnostici o addirittura gli anticlericali dichiarati, si schierano Piergiorgio Odifreddi, Carlo Flamigni, Julia Kristeva. Abbiamo provato a chiedere ad alcuni di loro qual è il confine tra chi crede e chi non crede.
«Da una parte c’è l’umanesimo, di cui fa parte la religione, che è una specie di letteratura fantastica. Io non chiedo di abolirlo, ovviamente, ma non devono dirci come va il mondo. Questo è invece compito della scienza, che deve trovare le verità» ha risposto il matematico Piergiorgio Odifreddi, autore di Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi. «Oggi la religione in Italia è sostanzialmente una religione di Stato, in cui un presidente del consiglio di sinistra e un ministro degli Esteri ex comunista vanno in frac dal Papa a tre mesi dall’elezione del nuovo governo. I veri cattolici in Italia non esistono più. Il Papa, secondo lei, è cattolico?»
Altrettanto radicale Susanna Tamaro sull’altro versante: «La componente religiosa è fondamentale per l’uomo. Tanto smarrimento e disperazione di oggi sono dovuti alla perdita dei confini dell’identità religiosa. Non bisogna cedere: dobbiamo testimoniare la fede. Io vivo profondamente la mia dimensione di cristiana». Ha letto il libro di Odifreddi? «No, ma conosco le sue teorie. Mi meraviglio sempre di queste persone che hanno tante risposte. Io ne ho pochissime. Una di queste è il senso della vita, sul quale ci si interroga soltanto in una dimensione religiosa. Io vivo da superlaica, ma mi è capitata questa cosa: credere».
La psicanalista, filosofa e critica letteraria Julia Kristeva sostiene con forza il punto di vista laico già espresso in Il bisogno di credere (Donzelli): «I pazienti sul lettino mi chiedono una nuova vita, che è in sostanza bisogno di senso. Ma avremmo torto se lo identificassimo con un bisogno religioso: la fede nell’assoluto non può essere la risposta perché impedisce di porsi altre domande. Tuttavia, credo in un recupero dei valori cristiani, come il perdono, la compassione, che vanno reinseriti nella società. Ci credo al punto che ultimamente i giornalisti mi chiedono: “Ma sei diventata cristiana?”».