Crepe nel marmo e rifiuti: il degrado la fa da padrone

Il marmo corroso in più punti è ingrigito di smog e «colorato» da tracce di ossidazione. Le pareti sono attraversate da profonde crepe. Scavati da tempo e inquinamento anche i colonnotti che delimitano, proteggendole, le vasche. Alcune infiltrazioni d’acqua producono antiestetiche e pericolose pozzanghere sulla pavimentazione. A completare il quadro, bottiglie di plastica, mozziconi di sigaretta, coppette di gelato e rifiuti di vario tipo. Non mancano le erbacce, che crescono rigogliose sui gruppi scultorei, almeno fino a quando non vengono strappate da qualche turista, preoccupato dall’insolita vegetazione che potrebbe rovinare la sua foto ricordo. È la collocazione a rendere speciale quella che potrebbe sembrare una - purtroppo - ordinaria scena di degrado nella Capitale. Vittime dell’incuria, infatti, in questo caso sono le Quattro Fontane, all’incrocio tra la via omonima e via XX settembre, a pochi passi dal Quirinale. Tra le prime - subito dopo il Mosè - ad essere alimentate dall’acquedotto Felice, le quattro fontane furono realizzate grazie a committenze private. Proprio la mancanza di un incarico istituzionale rende difficile risalire alla loro paternità. Malgrado tre siano comunemente ritenute di Domenico Fontana, sembra che questi, in realtà, come risulterebbe da una missiva scritta da Papa Sisto V il 23 maggio 1589, abbia solo fornito «pezzi cinque di piperino di quelli che ne sono levati dal Settizonio», edificio alle pendici del Palatino, che proprio dal Papa era stato distrutto. La quarta fontana sarebbe di Pietro da Cortona. Idea e finanziamento delle prime tre sarebbero del nobile Muzio Mattei - il cui nome è legato anche alla fontana delle tartarughe - per l’ultima le spese sarebbero state sostenute da Giacomo Gridenzoni. Le fontane sono costituite da quattro vasche, poste all’interno di altrettante nicchie e sormontate ognuna da una scultura allegorica. All’angolo della chiesa di San Carlo si trova il Tevere, riconoscibile per la presenza della lupa che allatta Romolo e Remo. Oggi il bordo della vasca è corroso, le superfici sono coperte da una patina di smog, che conferisce loro una colorazione grigiastra, in alcuni punti addirittura nera, che rende difficile decifrare il tipo di pianta - e di lavoro - che sovrasta la figura maschile reclinata, cui, peraltro, mancano tre dita della mano destra. Poco distanti, scritte e graffiti in vernice spray. All'angolo di palazzo del Drago si trova la statua del Nilo: profonde crepe sulle pareti, marmo corroso da acqua e inquinamento, linee della scultura «mangiate» da tempo e incuria fin quasi a perdere la forma. Di fronte, due figure femminili dall’incerta simbologia. Tra un cigno e un leone, ma soprattutto tra sporcizia, crepe e scalfitture giace, per alcuni studiosi, la dea Giunone, per altri l’allegoria della Fortezza. Qui alla colorazione grigia da smog, si aggiunge la beffa di due striature nere proprio sopra la bocca della statua, che sembrano offrirne una versione caricaturale, con «baffetti». La fontana, afflitta da problemi idraulici, trasuda acqua, rendendo scivolosa la pavimentazione. Doppia simbologia pure per la quarta e ultima fontana, indicata sia come la Fedeltà che come Diana, dea della caccia e dei boschi. Quest’ultima definizione sembra la più veritiera a giudicare dalle erbacce che crescono sulla scultura. Nei pressi di tutte le nicchie, inoltre, ci sono avanzi di spuntini e pranzi lasciati dai turisti, e licheni sul fondo delle vasche. Accomunate dallo stato di grave abbandono, le quattro fontane non sono state salvate dall’oblio istituzionale malgrado la vicinanza del Quirinale. D’altronde, è proprio all’ombra del Palazzo e sotto le sue finestre che si trova un altro dei punti di degrado della zona. I giardini del Quirinale, aperti al pubblico, e frequentati quotidianamente da romani, turisti e scolaresche, lasciano decisamente a desiderare. Sulle mura esterne crescono arbusti e piante selvatiche rampicanti. Per raggiungere il secondo ingresso bisogna fare lo slalom tra moto e motorini parcheggiati sul marciapiede. Più gradini della scalinata monumentale sono rotti. La situazione non migliora nel parco vero e proprio. L’unico nasone presente ha gli scarichi otturati: per raggiungerlo, anche in giorni di sole, bisogna attraversare una grande pozzanghera. Alcune panchine sono rotte, altre sono giacigli per clochard. Se il verde cresce rigoglioso dove non dovrebbe, il prato è stato sostituito, in più punti, dallo sterrato. La dimenticanza istituzionale riguarda la manutenzione dello spazio e, perfino, il rispetto delle regole. Malgrado i divieti siano segnalati da appositi cartelli, nessuno li fa rispettare: sulle aiuole da «non calpestare» ci si sdraia a mangiare o dormire, e i più giovani si dedicano al «vietato gioco della palla», che sia calcio o pallavolo.