Criminali di guerra: ecco i nomi usati per fuggire

Le sarei veramente grato se volesse commentare, e se del caso confutare, quanto scritto da Corrado Augias nel suo «I segreti di Roma», un libro che, oltre ad essere scritto con precisione anticlericale, è veramente palloso e che mi è stato ahimé regalato per un compleanno, sfruttando forse il fatto che costava meno di 6 euro. A pagina 253 si legge che, dopo la guerra, Priebke riuscì a fuggire in Sud America sfruttando la cosiddetta «Rat Line» (la strada del topo), un'organizzazione clandestina gestita da alti prelati vaticani. Non avevo mai sentito nominare quella organizzazione e mi sembra molto strano che, se realmente è esistita, non ci siano chilogrammi di pubblicazioni anticlericali al riguardo. Spero di avere una risposta perché credo siano molti a porsi la stessa domanda che le pongo e non tutti disponiamo del «calepino» come lei e «Zi’ Dima».

Ratline è quello che in italiano si chiama grisella. Ovvero ognuna delle sagole fissate orizzontalmente a intervalli regolari sulle sartie. In pratica, ratline è la scala che nei velieri saliva fino alla cima degli alberi, l'ultimo rifugio in caso di naufragio. E con quel nome, caro Massi, nel dopoguerra si indicò una rete sorta inizialmente per facilitare l'espatrio, l'ultimo rifugio, di croati che per il loro anticomunismo, opposizione al regime o attività antititine erano finiti nel mirino delle milizie di Tito. Ne era a capo un prete francescano, padre Krunoslav Draganovic, segretario dell'Istituto di San Girolamo che aveva sede nella romana via Tomacelli. Con gli anni, la Ratline passò a soccorrere anche tedeschi e francesi fatti oggetto di ritorsioni per il loro passato di nazisti o di collaborazionisti (l'organizzazione di sostegno agli appartenenti alle Schutzstaffel era «Odessa», acronimo di Organisation der Ehemaligen Ss-Angehörigen, cioè Organizzazione dei membri delle ex SS). In sostanza, la Ratline non era un organismo che avesse per scopo favorire la fuga in Sud America dei «criminali di guerra», anche se certamente qualcuno, in seguito ritenuto tale (inizialmente la lista era ristretta ai 200 imputati giudicati dal Tribunale di Norimberga), ne approfittò.
Una volta forniti loro i lasciapassare della Croce Rossa o i documenti di viaggio rilasciati dalla Commissione Pontificia di Assistenza ai profughi e dalla Caritas Internazionale, la Ratline si occupava di far giungere in Italia i suoi assistiti, principalmente a Genova, da dove si sarebbero poi imbarcati per l'America o per l'Australia. Pare che dal 1947 al 1951 ne abbia fatti espatriare più di 30mila. Il Papa era al corrente di tutto quel traffico? Probabilmente sì, almeno a grandi linee. In un clima di feroci rese dei conti, in piena Guerra Fredda, con la minaccia della conquista del potere, in Italia, del comunismo, la Ratline aveva infatti una sua ragionevole motivazione umanitaria, specie se si considera, come ho già detto, che non era sorta per aiutare, come poi si disse, principalmente se non esclusivamente i «criminali di guerra», ma le vittime di una persecuzione, anche quella comprensibile, visti i tempi, ma non sempre giustificabile (criminale di guerra fu giudicato anche il vescovo Aloysius Stepinac, che Tito fece condannare a 16 anni di carcere cui seguì il confino a vita e che Papa Wojtyla beatificò nel 1998). Perché poi il Pci, che ne era ovviamente a conoscenza, non denunciò la Ratline facendone un caso politico e alzando, come sapeva fare molto bene, un polverone mobilitando gli storici, gli intellettuali «organici» e le piazze, è presto detto: una mano lava l'altra. Anche i comunisti infatti avevano la loro Redline che consentì ad un buon numero di criminali di guerra (civile) di espatriare oltrecortina e sfuggire così alla Giustizia. Un nome per tutti: Moranino.
Paolo Granzotto
Ps: nel racconto di Pirandello non era Zi' Dima a consultare il calepino, ma l'antipatico don Lollò Zirafa. Alludeva, caro Massi?