La crisi d’autorità in classe è figlia del ’68

Ruggero Guarini

Il bullismo vagamente delinquenziale che imperversa oggi nelle nostre aule scolastiche, e nei loro immediati paraggi, con grande e untuosa costernazione di armate di esperti del ramo Ragazzi & Società, sarà anche un effetto, come è stato compuntamente osservato, del crollo del principio di autorità nella scuola e del congiunto trionfo di una didattica fondata su quel pernicioso prodotto del buonismo pedagogico che è il culto dei diritti dell’alunno spinto fino all’abrogazione di ogni suo elementare dovere. Ma da dove proviene questo pernicioso miraggio?
Proviene dallo spirito del Sessantotto. Che tentò di convertire un’intera generazione (per fortuna riuscendo a corromperne solo una piccola parte) alla pratica della contestazione globale, ossia della sola attività che non richieda, per poter essere esercitata, alcuna conoscenza relativa ai mezzi idonei a conseguire i suoi obiettivi, che in questo caso doveva essere la costruzione di un mondo perfetto. Dal che sembra ragionevole arguire che la vastità di quell’ambizione poté sgorgare soltanto dal potente desiderio di non apprendere alcun mestiere. Salvo quello, naturalmente, conforme alle attitudini di chi, non sapendo fare niente, vorrebbe distruggere tutto.
«Proibito proibire», «l’immaginazione al potere», «siate realisti: chiedete l’impossibile», «vogliamo tutto»: questi gli slogan di quella stagione propizia al trionfo della più vanesia tracotanza. Quanto ai suoi principi morali, essi si riducevano all’idea secondo la quale nessuno ha mai colpa di niente, giacché la colpa è sempre di qualcosa che «sta a monte»: della famiglia, della società, del sistema. Bene, gli anni di piombo hanno rivelato l’essenza insieme sanguinaria e derisoria di quei miraggi. Ma le due grandi vittime di quella stagione – il principio di autorità e il comune sentimento del dovere – non si sono più riprese dalla botta che le colpì allora.
Di queste vecchie storie i poveri teppisti del bullismo scolastico di oggi naturalmente non sanno niente. Ma a dimostrare che il clima in cui possono esprimere liberamente la loro idiozia è figlio delle conquiste dei loro padri basta questa paginetta di un famoso apologeta delle imprese sovversive di quegli anni: «...a scuola era successo che dopo che l’avevamo cacciato il preside Mastino se n’era andato e i professori si erano dovuti adattare, il loro potere era crollato, avevamo ottenuto le assemblee, avevamo ottenuto tutto, niente più interrogazioni, niente più registri sospensioni giustificazioni eccetera, la scuola era scoppiata in breve tempo, era diventata una scuola aperta, ci veniva gente di tutti i tipi, amici e studenti di altre scuole, operai che non andavano al lavoro, e così la scuola era diventata una fiera, un bazar, ci si giocava a scacchi a carte ci si portava da bere gli spinelli e i professori assistevano impotenti senza osare alzare un dito a tutto quello sfacelo...».
Il passo è estratto da un romanzetto di circa trent’anni fa (Gli invisibili, di Nanni Balestrini). Lo sfacelo che vi è evocato è dunque quello nel quale il partito armato poté pescare i suoi eroi. Ma è suppergiù lo stesso in cui il bullismo impunito di oggi può pescarvi i suoi.
guarini.r@virgilio.it