La crisi dell’auto fa tremare la «città fantasma»

Il vento proveniente dal Canada quest’anno è ancor più gelido nel Michigan e si abbatte su Detroit, la capitale dell’industria automobilistica statunitense. In questa città, fondata nel 1701 da 52 cacciatori di pellicce franco-canadesi, situata lungo il fiume omonimo, sulla sponda opposta alla città canadese di Windsor, dagli anni Cinquanta a oggi ha visto diminuire la propria popolazione del 50 per cento: ogni anno è abbandonata da 25mila abitanti che fuggono dal più alto tasso di povertà degli Stati Uniti. Oggi vivono 900mila americani (4,4 milioni considerando l’intera area metropolitana). Detroit è al vertice della classifica nazionale del decremento demografico: i tre giganti dell’auto che qui e nei dintorni hanno sede (General Motors, Ford e Chrysler) subiscono l’andamento ciclico tipico dell’industria del settore e, da anni, la vivace concorrenza dei produttori giapponesi, coreani ed europei. Le Bmw sono preferite alle Lincoln e il costruttore bavarese per 16 anni consecutivi ha aumentato le proprie vendite.
Le difficoltà dell’industria Usa delle quattro ruote hanno avuto effetti devastanti sulla città. Ondate di operai, perso il posto, hanno ingrossato il popolo dei disoccupati che a sua volta ha alimentato quello degli emarginati, senza lavoro, senza casa. Hanno occupato i quartieri ottocenteschi, costituiti dalle case elisabettiane tutte in legno, che sono diventate pericolose aree degradate. Chi poteva è fuggito dal centro e ora risiede in eleganti zone satellite a 30-40 chilometri, ben protette da polizia e vigilantes. Ogni sera, verso le 17, Detroit si svuota (ma non è che sia affollatissima nelle altre ore): è la città americana con i più alti tassi di criminalità pro-capite (omicidi, violenze sessuali, rapine, assalti aggravati, furti d’auto). Gli omicidi annuali hanno superato quota 400, le carceri sono sovraffollate, il 68% dei ragazzi abbandona la scuola, gran parte di loro finiscono in gang talmente aggressive da aver spinto l’Fbi a dichiarare Detroit la «città più pericolosa della nazione».
Negli anni Ottanta si è cercato di ridare vitalità al centro: si è costruita la sede della Compuware, sono stati aperti tre casinò, si è rinnovato il complesso del Renaissance Center, un insieme di grattacieli davanti al fiume, sede mondiale della General Motors. Quegli interventi si sono rivelati velleitari, cercavano di ridare una anima a una città che stava perdendo la sua identità con la caduta di competitività della propria industria. Oggi, alla vigilia dell’apertura del North american international auto show, la più importante rassegna mondiale dell’auto, Detroit è attonità sentendo parlare di rischio fallimento per Gm, Chrysler e Ford. Nel 2007 la povertà in Michigan è aumentata del 14%, il dato nazionale più alto, con picchi del 35,5% a Flint e a Kalamazoo. Oggi a Detroit si hanno meno ricchi e più disoccupati.