Le critiche eretiche di un gesuita

Una raccolta di saggi letterari di padre Antonio Spadaro, che dal pulpito di <em>Civiltà Cattolica</em> ha benedetto la cultura pop: la rilettura cristiana di Tondelli, l'assoluzione del nichilista Carver, lo sdoganamento del rock e l'evangelizzazione del web

Secondo una simpatica perfidia che si ama ripetere nei seminari, neppure Dio sa cosa pensino esattamente i gesuiti. Considerati, alla luce della fede, custodi pugnaci dell’ortodossia cattolica e accusati, occultamente, delle peggiori eresie, ai figli di Ignazio di Loyola è stato spesso rimproverato di dire il contrario di ciò che pensano e di agire in modo inverso rispetto a ciò che dicono. Predicano, secondo dottrina della Congregazione, che la riforma della Ecclesia deve iniziare nel cuore dei singoli uomini, il quale deve essere limpido, puro e aperto alla verità. Ma poi risulta difficile penetrare nei misteri del loro animo.

Come in quello di padre Antonio Spadaro, giovane e brillante critico letterario di Civiltà Cattolica, l’autorevolissima rivista dei gesuiti italiani i cui rapporti con la Santa Sede sono così stretti che il contenuto di ogni fascicolo, letto in bozze dalla Segreteria di Stato vaticana prima di concedere l’imprimatur, deve essere conforme con l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia di fede e di morale. Da questo punto di vista - crediamo - più di un articolo di padre Spadaro ha rischiato il rogo. D’altra parte, però, se il coraggioso gesuita continua a scrivere, significa che Santa Madre Chiesa è meno retrograda e oscurantista di quanto solitamente si creda. E i suoi figli, alla fine, li ama tutti allo stesso modo. Anche i più intemperanti.
L’intemperante Antonio Spadaro - messinese, 42 anni, gli ultimi venti dei quali religiosamente vissuti all’interno della Congregazione di sant’Ignazio, una laurea in Filosofia, un dottorato in Teologia, un diploma in Comunicazioni Sociali, un lungo elenco di collaborazioni, dalle più tradizionali come Letture alle più «antagoniste» come Vibrisse, e un istinto innato per incursioni molto poco talari nel territorio della narrativa contemporanea e della cultura pop - è la prima firma letteraria di Civiltà Cattolica: un critico molto attento e disinvolto che da anni percorre i sentieri della parola poetica, della fantasia e della narrazione per tentare di capire che cos’è la Letteratura, e come viverla e comprenderla. Una possibile risposta, intanto, prova a darla con il suo nuovo libro Abitare nella possibilità (Jaca Book) che raccoglie una serie di riflessioni nate dal suo ruolo, uno e trino, di critico militante per Civiltà Cattolica; di docente di Introduzione all’esperienza della letteratura alla Pontificia Università Gregoriana; e di blogger all’interno del progetto culturale di espressione creativa BombaCarta.

Sguainando il motto gesuitico Fortiter in re, suaviter in modo, padre Spadaro ha riletto con eleganza ma in maniera inflessibile molti autori già dannati (nel peggiore dei casi) o del tutto ignorati (nella migliore delle ipotesi) scovando nelle loro opere insospettabili tracce di esperienza, se non propriamente cristiana, per lo meno caratterizzata da un forte senso del sacro.

La prima ri-lettura eretica fu quella di Pier Vittorio Tondelli, scrittore ucciso a 36 anni dall’Aids il cui primo romanzo, Altri libertini (era il 1980, oggi è un classico), fu giudicato dalla magistratura «opera luridamente blasfema» che «stimola violentemente i lettori alla depravazione e al disprezzo della religione». Secondo il gesuita, Tondelli si riconciliò in extremis con la Chiesa e nelle sue ultime opere è facile leggerne i segni: «In lui una chiave del sacro - scrisse Spadaro - è legata all’esperienza della sessualità: l’imbarazzante finitezza della corporeità diviene richiamo implicito a un infinito che non è anelato oscurando la fisicità finita, ma godendo di una finitezza condivisa in modo generoso e gratuito». «Questo è il valore che occorre registrare: siamo qui all’opposto di un erotismo segnato dal principio del consumo e del valore di scambio».

Poi, fu la volta di Raymond Carver, malinteso padre del minimalismo americano - un’esistenza devastata dall’alcol, da relazioni sentimentali tempestose e da un’inquietante e onnipresente angoscia nichilista - nei cui racconti e poesie Spadaro ha colto una dimensione profonda e misteriosa vedendo nel suo impellente bisogno di esprimersi «quella necessità interiore, propria di ogni uomo, tesa alla salvezza».

Quindi toccò a Oscar Wilde, scrittore orgogliosamente ateo e fieramente omosessuale definito mezzo secolo fa dalla stessa Civiltà Cattolica «demoniacamente spavaldo» e riabilitato dal nostro gesuita che ha intravisto nell’ultimo libro dell’autore irlandese, La ballata dal carcere di Reading, i segni della Grazia: «L’esperienza della prigionia lo cambiò totalmente: siamo di fronte a un itinerario che ha la propria conclusione in una apertura pacatamente fiduciosa, frutto di un intenso travaglio interiore, dove la vergogna cede il posto a ciò che è buono, pietoso, gentile».

Infine, dopo una gaudiosa via crucis letteraria che ha toccato le stazioni di molti scrittori eretici e trasgressivi - Dino Campana, Sandro Penna, Carlo Coccioli, per esempio -, Spadaro ha sparso le sue benedizioni nel campo della cultura pop: prima lo sdoganamento della musica rock (a lungo dannata come musica profana, se non diabolica), con l’imprimatur ai testi di Bruce Springsteen e Tom Waits fino a quelli di Nick Drake e Nick Cave; e infine l’evangelizzazione del web e l’audace proposta di inviare missionari anche su Second life, il cyber mondo che conta una decina di milioni di abitanti virtuali ma con concrete esigenze spirituali: «Perché - si è chiesto Spadaro - non creare anche qui luoghi di preghiera e di meditazione? La terra digitale è anch’essa, a modo suo, terra di missione».

I percorsi della Grazia, si sa, sono insondabili. E, a volte, anche quelli della critica. Maestri nell’arte dell’insegnamento, i gesuiti quanto a tolleranza e flessibilità non prendono lezioni da nessuno. A volte, semmai, le danno. Come nel caso di questo dottissimo e sfrontato gesuita che sa benissimo che compito del critico non è «dannare» o «mettere sugli altari» qualcuno, ma porsi di fronte al testo con la capacità di lasciarsi interrogare, cogliendo se e dove l’autore giunge a mettere in gioco se stesso. E scoprire, tra le pieghe delle pagine, scrittori cristiani che magari non sanno neppure loro di esserlo. Ad Maiorem Dei Gloriam.