Il critico che segnò la linea lombarda

È morto ieri a Varese a 85 anni È stato il filologo che ha definito una volta per tutte il carattere della scrittura letteraria «lombarda», da Parini a Manzoni a Gadda

Anche se l'espressione «linea lombarda» non è sua (fu coniata, infatti, da Luciano Anceschi, che così titolò un'antologia poetica da lui curata, nel 1952), è al nome di Dante Isella che si lega l'immagine di quel lungo periodo della letteratura lombarda - e in primis milanese - che va all'incirca dagli anni della fucina dei Promessi Sposi (1815-1840) e, passando da Porta e dagli Scapigliati, approda a Tessa, Gadda e - ultimo - Testori. Lo studioso di statura eccezionale lascia il proprio segno indelebile sulle opere e gli autori di cui si occupa. Così è per Caravaggio, che porta incise le stigmate di Roberto Longhi, e ancor più per gli autori lombardi, primo fra tutti Carlo Emilio Gadda, sui quali Dante Isella, proseguendo l'opera di Gianfranco Contini, incise molto più profondamente di quanto possa apparire, segnando per sempre il nostro modo di avvicinare il loro mondo.
Isella è stato più che un filologo, più che un linguista, più che un maestro di quell'arte oscura e oggi morente che si chiama «variantistica», e che comporta un lavoro immenso su manoscritti e scartafacci. Se i suoi non numerosi saggi hanno avuto conseguenze decisive nello studio di autori capitali nella nostra storia (ricordo I lombardi in rivolta, L'idillio di Meulan, Lombardia stravagante), è nelle curatele (prima fra tutte l'edizione garzantiana delle opere di Gadda), negli interventi brevi, nelle note in fondo al libro, nelle schede bibliografiche, in una parola: nell'atto di penetrare dentro il testo per accenderne la fecondità (la metafora sessuale è esatta), è lì che Isella rivela, nell'apparente aridità del filologo che non vede l'ora di tirarsi da parte, il suo assoluto protagonismo.
Ricordo l'affetto con cui il coetaneo Giovanni Testori parlava di Isella, che viceversa non doveva amare molto Testori, visto che non scrisse mai di lui - o meglio, ne scrisse ma in un'occasione del tutto marginale, senza peraltro nominarlo mai.
Il fatto è che Isella ha definito per sempre un carattere della scrittura letteraria lombarda, nel quale si sono riconosciuti in tanti. Anzi, meglio: un tratto vitale dell'antropologia lombarda. Quando si parla di «linea lombarda» s'intende infatti un'attitudine che si traduce in strumenti tecnici, in spie stilistiche, ma che li precede di molte miglia.
Elementi fondamentali della «linea lombarda» sono, da un lato, un accentuato mimetismo narrativo e una tendenza espressionistica molto forte (che rema contro tutto il canone petrarchesco della nostra letteratura) e, dall'altro, un rapporto sempre problematico, sempre felicemente irrisolto della scrittura con la lingua italiana, che viene per così dire arata, spaccata, rivoltata da una sotto-lingua invisibile, le cui tracce non si trovano mai allo stato puro, ma sempre in forma di invasioni d'altre lingue o idiomi (pensiamo allo spagnolo ma anche al latino e al milanese e al romanesco di Gadda).
Un moto tellurico che inizia con il Fermo e Lucia, che questa prospettiva rivaluta, da semplice prima stesura, a capolavoro autonomo. E non è un caso che proprio al Fermo Isella abbia dedicato la sua ultima, straordinaria fatica.
Il vuoto lasciato da Isella è enorme e non colmabile. Lo abbiamo avvertito immediatamente, al risuonare della brutta notizia. La morte è ingiusta in sé, ma esistono morti particolarmente ingiuste. C'è chi porta con sé solo il proprio corpo e alcuni effetti personali, e chi porta con sé un mondo. Dante Isella è un mondo, e quando parla di Dossi, di Manzoni o di Gadda parla di un mondo che gli appartiene, un mondo definito da caratteri ben precisi: rigore e intransigenza intellettuali (e dunque morali), e un amore straziato per l'oggetto delle proprie cure.
Più ci penso, e più mi pare che il carattere circoscritto dall'espressione «linea lombarda» coincida con il carattere dello stesso Isella, la cui figura rende ragione a quanti, come il sottoscritto, detestano le divisioni tra «uomo», «scrittore», «studioso» e così via.
Isella aveva un tale senso dell'oggettività del proprio lavoro da citare se stesso con nome e cognome, come se si trattasse di un altro studioso. È il marchio non già dell'umiltà (o della non-umiltà, secondo i punti di vista) ma di tutta una complessa personalità umana, intellettuale, affettiva. La vita di un uomo è la stessa quando pensa, quando scrive, quando mangia, quando cammina. Tutto ciò che abbiamo chiamato «linea lombarda» è stato, fino a ieri, un uomo che camminava per Milano (di cui conosceva ogni pietra), un corpo, una voce inflessibile e insieme generosa.
La nuova Milano, che nasce senza di lui ad opera di architetti che nulla hanno a che vedere con la storia di questa città, rischia di seppellirne la memoria. Ma seppellire lui significa seppellire lo stile e la dignità di Milano. Consola che il giorno della sua scomparsa coincida con l'inizio di una rassegna, al teatro Dal Verme, dedicata proprio al suo amato Manzoni.