Dopo il crocefisso la scuola «adotti» anche il Tricolore

Federico Guiglia

Dopo che il Consiglio di Stato ha trovato le parole giuste per spiegare perché il crocifisso debba restare nelle aule scolastiche, è più semplice capire l’importanza del secondo e opportuno passo: far esporre anche la bandiera nazionale come emblema dell’integrazione dei tanti studenti stranieri o figli di stranieri in Italia. Se nel nostro Paese il crocifisso ha ormai acquisito un valore simbolico condiviso e «civile» - come hanno sentenziato quei giudici - ben oltre il suo originario e pur così rilevante significato religioso, il Tricolore è il simbolo della nazione senza alcuna implicazione religiosa. Ancor più adatto, dunque, per poter essere identificato come «proprio» punto di riferimento anche dai ragazzi di fede musulmana che, tra l’altro, molto spesso sono nati in Italia: un simbolo due volte per loro naturale.
D’altronde, la decisione del Consiglio di Stato più che chiudere la questione, la apre portandola sul binario giusto: quello di dover ora trasformare in una moderna legge l’ammuffita prescrizione di regolamenti amministrativi risalenti a più di ottant’anni fa. Anche il metodo è significativo in un problema di merito, e un provvedimento del Parlamento nel 2006, da future Camere, avrebbe un peso molto più rilevante, si sa, di un regolamento del 1924.
Ma se legge dovrà auspicabilmente essere, a maggior ragione essa dovrebbe prevedere pure l’esposizione dell'altro e non meno «civile» simbolo della Repubblica nelle aule scolastiche, la bandiera italiana. Un’emblema che, anche agli occhi e al cuore dei quasi tre milioni di stranieri - e in particolare dei loro figli nati che frequentano la scuola italiana - rappresenta in modo impeccabile quei valori di rispetto, di libertà e di solidarietà invocati dal Consiglio di Stato per illustrare il risvolto “laico” dello stesso crocifisso. Per chi arriva da lontano sognando di «trovare l’Italia» come in altri tempi i nostri emigranti sognarono di «trovare l’America», che cosa c'è di più unitario nella pluralità delle culture e delle nazionalità, delle aspirazioni e delle credenze religiose del Tricolore italiano? Per citare l’attualità esclusivamente sportiva e quindi neutrale al fine della politica: come si fa a non comprendere che la nostra bandiera non sia più soltanto la bella metafora associata alle Olimpiadi di Torino, ma anche l’emblema più credibile per l’integrazione di centinaia e centinaia di migliaia di cittadini non italiani o non ancora italiani?
E poi c’è un insormontabile aspetto giuridico. Se basta un regolamento per determinare la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, non si può non dare concreta attuazione a un principio di natura addirittura costituzionale, visto che della «bandiera della Repubblica» si parla già all’articolo 12 della Costituzione. E visto che una legge già ne regola l’esposizione all’esterno degli uffici pubblici (istituti scolastici naturalmente compresi). Ma quando poi si entra nelle aule delle scuole, così come in quelle dei tribunali, della «bandiera della Repubblica» non c’è traccia. Deserto tricolore.
Sarebbe facile dimostrare che questa “dimenticanza” è frutto di decenni di censura nazionale e culturale: persino la parola patria, e con la minuscola, risultava impronunciabile per le istituzioni. Ma da tempo così non è più. E se si riscopre il valore della tolleranza emanato dal crocifisso, si può finalmente riscoprire anche quello della concordia rappresentato dal Tricolore.
f.guiglia@tiscali.it