Una crociata culturale nel cuore dell’Islam

Torna il «Liber peregrinationis» del frate Riccoldo. Che nel 1288 andò in Turchia e Mesopotamia a confutare gli «infedeli»

Di esplorazioni dell’Oriente il XIII secolo è affollato, con sensibile incremento verso l’epilogo. Dopo il 1270 - è il caso più celebre - partono da Venezia i Polo e comincia per il giovane Marco la serie di quei viaggi al limite del meraviglioso che avranno un esito letterario di ininterrotta fortuna col Milione. Avventure di quel tipo erano intraprese però con spirito commerciale, laddove religiosa è la molla che spinge tanti altri a muoversi dall’Italia e dall’Europa occidentale per convertire alla fede cristiana popolazioni che di Cristo non hanno mai sentito parlare - Tartari o Saraceni - o che seguono eresie condannate dalla Chiesa di Roma.
I resoconti di siffatti itineraria formano un capitolo ragguardevole della letteratura occidentale. Oggi, nella nuova traduzione di Davide Cappi, ci viene riproposto il Liber peregrinationis del domenicano fiorentino Riccoldo di Monte di Croce unitamente alle Epistole ad Ecclesiam triumphantem, che ne sono il corollario (Libro della peregrinazione - Epistole alla Chiesa trionfante, Marietti 1820, pagg. LXXIII-213, euro 22). Bisogna tener conto, avverte Cappi, che Riccoldo «è il primo a riferire all’Occidente la sua esperienza di missionario al centro dell’Islam, Baghdad». Nato poco dopo il 1240, maestro abilissimo in retorica e in dialettica, nel trattare le «controversie» (che sono massimamente di ordine teologico), Riccoldo parte per la sua missione quando la Chiesa di Roma non ha ancora abbandonato l’ipotesi di una crociata ulteriore, fallita nel 1270 quella promossa e guidata dal re francese Luigi IX (più tardi fatto santo). Siamo nel 1288, il papa è Niccolò IV - finalmente un francescano - e la «recuperatio Terrae Sanctae» urge come argomento vitale. Riccoldo, innanzitutto, dovrà fermarsi il tempo necessario nei Luoghi Santi, cercando di ricondurre all’obbedienza quelle Chiese orientali che si sono staccate da Roma per abbracciare l’eresia (nestoriana o giacobita).
Le due parti del Liber sono assai differenti fra loro. Il transito di Riccoldo nella terra del Vangelo è topicamente vissuto come una «imitazione di Cristo», un ricalcarne le orme, i miracoli e la passione (con apici emotivi dinanzi alla colonna della Flagellazione, che reca le tracce del sangue del Salvatore, e poi nella trasferta da Gerusalemme, «città di rovina e distruzione», a Emmaus). Altra cosa è il séguito del viaggio, dalla Turchia alla Mesopotamia. Lungo viaggio; lunghe, difficoltose e anche rischiose permanenze fra «nazioni» che mostrano di rispettare la cristianità ma non oltre un certo segno. A Riccoldo si chiedeva di compilare una «guida» per i missionari a venire, nonché di portar conforto a quelli che già da anni predicavano in partibus infidelium, in paesi governati dall’islam dei Mamelucchi, cui s’erano adeguati per comodità i più mansueti e, in auspicio, meglio convertibili Tartari.
Il resoconto di Riccoldo non ha peraltro i connotati di una «guida» canonica. E se una breve giunta finale ci ragguaglia su alcuni mirabilia ossia «stranezze» - dai coccodrilli, «quattro piedi come un cane» ma «coda serpentina e orribile», ai Pigmei che hanno gambe quasi da gallina, alla setta gnostica dei Sabei, che battezzano perfino vacche e vitelli -, nei suoi nuclei principali il Liber s’impegna a descrivere e a confutare le «leggi», cioè le religioni, dei popoli presso cui perigliosamente Riccoldo e i suoi compagni soggiornano. L’arte di contrapporre all’errore la Verità, all’irragionevolezza e all’eccessiva «larghezza» la coerenza, Riccoldo la esplica soprattutto da Bagdad e lo fa staffilando con le armi della dialettica la malizia di Maometto, uomo perverso e astuto, secondo lo stereotipo da trasmettere ai cristiani. Riccoldo impara l’arabo per poter leggere il Corano in lingua originale. Ne enuncia i vizî più clamorosi: mendacia, violenza, ambiguità; il che rende inspiegabili, a rigor di logica, alcune «opere di grande perfezione» (di osservanza morale) a cui i Saraceni si attengono, testimone Riccoldo medesimo. Se Dio aborre - sicuro postulato - la menzogna islamica, come ha potuto concedere ai maomettani la conquista e il dominio di così vaste regioni? È per castigare una cristianità pavida e indegna?
Problema formidabile, che Riccoldo, negato a ogni lettura politica della situazione, era il meno adatto a risolvere. Intanto, nel 1291, cadeva anche il baluardo cristiano di Acri. Allora, «a mo’ di lamento di un animo amareggiato», con le Epistole egli volgeva quel dubbio in preghiera diretta: alla Vergine e al Padre celeste, agli Angeli e agli Apostoli nonché ai confratelli martirizzati nella difesa di Acri; e poi a san Paolo, e a Francesco e a Domenico, rinnovatori del mondo cristiano. Dio non gli dà in risposta che le parole della «dottrina del santo papa Gregorio» (Magno), un’esortazione a trovare nelle Scritture la chiave per comprendere «qualunque cosa possa capitare» agli uomini. Ma è una «risposta teorica», dice Riccoldo: e «con desiderio incessante» continua ad aspettarne anche un’altra, «pratica».
Dopo «parecchio tempo», tornava in patria stanco e disilluso. Ma avrebbe voluto riprendere la via dell’Oriente. La cattiva salute glielo impedì. Riccoldo si spense a Firenze nel 1320.