Il Crocifisso di Treia

Il 14 maggio del 1944 il vescovo, il commissario prefettizio e il guardiano del convento dei francescani di Treia, in provincia di Macerata, sottoscrissero un voto pubblico al Crocifisso che si venera nel locale santuario. Se la città fosse stata risparmiata dal passaggio della guerra, la popolazione avrebbe effettuato un pellegrinaggio annuale per 50 anni consecutivi. Treia ottenne la grazia richiesta. La devozione a quel Crocifisso (una statua lignea policroma del XV secolo, in grandezza naturale) risale al 1504, quando un certo Angiolo Pacuttello di Montecchio venne aggredito da due briganti mentre rientrava a casa. I malviventi, che intendevano ucciderlo per derubarlo, gli infilarono un cappio a nodo scorsoio al collo e cominciarono a strangolarlo. L’uomo, disperato, si rivolse mentalmente al Crocifisso della chiesa di Santa Maria. Miracolosamente il nodo si sciolse e il malcapitato riuscì a divincolarsi. Corse a perdifiato chiedendo aiuto, mentre i due assassini si dileguavano. La notizia si sparse e la gente prese l’abitudine di chiedere grazie ai piedi di quel Crocifisso. La chiesa in cui stava venne distrutta da un incendio nel 1902 e sostituita dall’attuale santuario. Scrivono Ivana Spelta e Sergio Meloni nel loro I Crocifissi di cui la tradizione narra gli eventi prodigiosi (Mimep-Docete), che l’antico nome romano di Trea fu ridato a Montecchio (distrutto dai saraceni nel IX secolo) nel 1790 da papa Pio VI. Il successore, Pio VII, lo rese nel 1807 sede vescovile.