Malati di shopping, quando l'acquisto è compulsivo

La sindrome di acquisto compulsivo è sempre più diffusa e l'e-commerce non migliora le cose. Ma guarire si può

Attraverso lo shopping cercano di gratificarsi, superare le difficoltà affettive e relazionali, lenire la solitudine e il senso di vuoto. Per loro acquistare un vestito o un’auto non è, insomma, una semplice parentesi di relax, ma una vera e propria necessità fisica. Che sempre più spesso diventa patologica, creando problemi sociali ed economici anche molto gravi. Si calcola che in Italia il 5,5 per cento della popolazione adulta – nel 95 per cento dei casi di sesso femminile - soffra della sindrome da acquisto compulsivo.

La crescita del fenomeno è continua, spinta soprattutto dallo sviluppo dell’e-commerce, che permette di acquistare qualunque cosa con un semplice click, dal divano di casa. Secondo gli specialisti, all’origine del problema c’è un costante bisogno di gratificazione emotiva, che viene riversato nell’acquisto spasmodico. «Questo disturbo si avvicina alla dipendenza perché spesso si sviluppa un bisogno quasi fisico del gesto, esattamente come si sviluppa un bisogno fisico della sostanza di abuso: l'acolista senza alcol non può vivere, ne sente la necessità – conferma Michele Cucchi, direttore sanitario del centro medico Santagostino di Milano -. Il legame neurobiologico è quello che passa attraverso il sistema della gratificazione e della ricompensa, del tutto simile al meccanismo che si evidenzia nelle patologie quali la bulimia e il disturbo dell’alimentazione incontrollata. Sono situazioni nelle quali facciamo autentiche scorpacciate di qualcosa che è per sua natura buono, gratificante. Però il gesto è eccessivo, e il significato è del tutto emotivo. E’ il surrogato di un qualcosa che non riusciamo a raggiungere se non attraverso questo canale, che ha importanti effetti collaterali come senso di colpa, bassa autostima, peggioramento del senso di autonomia e autoefficacia».

I CAMPANELLI D’ALLARME

Riconoscere questo problema nella maggior parte dei casi è molto difficile, perché l’acquisto patologico può essere confuso con quello fisiologico, ritardando di molto la diagnosi. Eppure esistono alcune caratteristiche che contraddistinguono le compere effettuate durante le crisi di shopping compulsivo. Immancabile è la tendenza a comprare soprattutto oggetti inutili e non indispensabili che, frequentemente, non si collegano ai gusti dell’acquirente, che sono spesso al di sopra delle sue finanze e che sono varianti di una stessa categoria di prodotto. E così se le donne sembrano più predisposte ad ammalarsi – hanno l’8 percento di probabilità in più – e a comprare vestiti, gli uomini esagerano sul fronte automobili e gadget tecnologici di ultima generazione. «Un campanello d’allarme è sicuramente la frequenza degli acquisti – prosegue l’esperto -. Ma giocano un ruolo importante anche la perdita della volontarietà del gesto, l’eccesso e il significato emozionale che gli si attribuisce». Naturalmente non tutte le persone sono esposte al rischio di cadere in trappola. Ci sono alcune caratteristiche che incidono sulla predisposizione. «Le più colpite sono le donne fra 20 e 30 anni che già soffrono di ansia, fobie e depressione – spiega Cucchi -. Anche la presenza del disturbo da deficit dell’attenzione può essere legato all’insorgere di questa dipendenza. Ci sono poi dati a supporto di una bassa autostima in questi pazienti, un limitato livello culturale e un’elevata tendenza all’estroversione. Infine le persone poco inclini alla riflessione e a farsi una chiara idea del legame fra pensieri-emozioni-comportamenti, potremmo dire quelli che vivono le emozioni in apnea, sono predisposte maggiormente all’acquisto compulsivo».

BASTA UN TASTO

In questo quadro già preoccupante l’e-commerce non fa che peggiorare le cose. Perché comprare attraverso lo schermo del pc permette di nascondersi, di superare le barriere logistiche e di agire in modo impulsivo, con un click sulla tastiera. Basti pensare che sette compratori compulsivi su dieci sono iscritti in media a due siti di shopping online come per esempio Groupon, Buyvip o Amazon. Il fenomeno è complesso, ma uscire dal tunnel è possibile. In Italia diversi centri si occupano dello shopping compulsivo. Fra questi il centro Hikikomori di Milano, attivo dal 2012.

«Il metodo terapeutico più utilizzato in questi casi è quello cognitivo-comportamentale – dice il presidente, Valentina Di Liberto -. Poi c’è quello psicodinamico, secondo il quale l’addiction verso lo shopping è un tentativo di auto mediazione rispetto a un senso di mancanza e di sofferenza interiore profonda. L’acquisto, per lo shopper compulsivo, è l’atto simbolico che porta una condizione di euforia, di gratificazione, di un senso di potere personale in controtendenza rispetto al vissuto quotidiano. Un mezzo che consente di sostituire le relazioni insoddisfacenti con una relazione finalmente appagante». Nel frattempo in Norvegia è stato messo a punto un test per diagnosticare questa patologia. Il merito è di un team di ricercatori dell’università di Bergen, che hanno creato la cosiddetta Bergen shopping addiction scale. Ovvero uno strumento grazie al quale psicologi e operatori sanitari possono individuare i casi in cui l'amore per gli acquisti si trasforma in dipendenza. La scala prevede di dare una risposta a sette affermazioni, a ognuna delle quali va assegnato un numero da zero (completamente in disaccordo) a quattro (completamente d'accordo).

RITROVARE IL BENESSERE

I risultati dello studio indicano che assegnare tre o quattro ad almeno quattro delle domande assicura una diagnosi di dipendenza. In alternativa, un pool di psichiatri dell’università del Minnesota (Usa) ha scoperto che i sintomi dello shopping compulsivo regrediscono quando i pazienti assumono un farmaco normalmente utilizzato per curare l’Alzheimer. Si tratta della memantina, una sostanza che agisce sul glutammato chimico del cervello e per questo viene impiegata nei casi di demenza.

Una sperimentazione condotta nel 2012 su un gruppo di pazienti con dipendenza da shopping di età compresa fra 19 e 59 anni ha dimostrato risultati positivi anche nei casi di disturbo ossessivo-compulsivo. «Bisogna comunque tenere sempre presente che le terapie farmacologiche possono essere utili per gestire al meglio alcuni aspetti specifici del quadro clinico, come l’impulsività spiccata, la tossicoliia per l’acquisto e la tendenza all’accumulo – va avanti Cucchi -. Questo significa che le medicine non devono essere pensate come la panacea, ma come un elemento da inserire in un progetto più ampio che deve sempre prevedere un coinvolgimento della famiglia e un supporto psicologico». Senza dimenticare altre tecniche, meno invasive ma non per questo poco efficaci. «La mindfulness può essere molto utile per la gestione dell’impulsività e dei disturbi correlati (ansia, depressione), ma anche come strada per trovare il proprio benessere a monte del problema, quindi può aiutare a ritrovare la capacità di essere felici – conclude Cucchi -. Meditare e imparare a diventare più consapevoli delle proprie emozioni e della propria natura è la strada principale per fare scelte che ci aiutino a stare bene veramente».

Commenti

ANACONDA

Mar, 07/03/2017 - 12:01

Ma la vera tragedia è che questa rincorsa al consumo non porta a aumentare i posti di lavoro, stabili a tempo pieno, e se la gente lavorasse di più gli psicoanalisti cambierebbero mestiere. L'ozio è padre dei vizii