Caro Cervi, entriamo nella storia con te

Oggi, 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, verso le 11.30, quando ormai sarà mattino tardi, ma non così tanto da dimenticarci delle nostre persone più care, il nome di Mario Cervi sarà iscritto al Famedio, il tempio dei personaggi illustri del cimitero Monumentale di Milano. È il sentiero, affiancato dai cipressi, che porta - se non alla vita - alla Fama eterna.

Mario Cervi per noi - per tutti i suoi colleghi, per il Giornale, per il giornalismo italiano - è una persona cara. Per la città, da oggi - e siamo felicissimi che Milano se ne sia accorta - è un «benemerito» della cultura. Per noi è qualcosa di diverso. Per i «grandi» del Giornale, quelli che hanno iniziato il mestiere sulla macchina per scrivere, è stato un amico e un compagno di lavoro. Per i «giovani», noi che abbiamo iniziato sui computer, è qualcosa di più: un maestro.

Noi, «giovani», lo chiamavamo direttore. Perché chi lo è stato una volta - lui lo fu nell'interregno tra Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro - lo è per sempre. È mancato quattro anni fa, proprio di novembre. E continua a mancarci ancora, molto.

Ci mancano il suo stile, la sua pacatezza, la sua esperienza - che era quella di chi le aveva viste tutte, dalla guerra agli attentati terroristici, dai giornali del piombo agli anni di piombo - la sua moderazione, il suo colpire di fioretto e mai di fendenti, la sua calma, qualsiasi fosse l'ora tarda in cui gli chiedevamo un pezzo, qualsiasi fossero le righe che avrebbe dettato da lì a poco. Sempre perfette. Si chiama classe.

Mario Cervi aveva molta classe. E molte qualità. La più grande - che va oltre il talento della scrittura, la velocità del cronista e l'intelligenza del commentatore - era il senso della misura. Mai un aggettivo di troppo. Mai una provocazione inutile. Mai una polemica pretestuosa. Mai una scivolata di stile. Mai - in così tanti anni passati insieme - un gesto o una parola di rivalità, invidia o gelosia nei confronti di Indro Montanelli, col quale divise carriera, giornali, libri, prime pagine e ribalta. Il senso della misura è anche capire la distanza che ti separa dalla leggenda. Mario Cervi lo sapeva. E alla competizione preferì l'amicizia, che non tradì.

Cervi non tradì mai. Né le sue idee - quelle di un conservatore, liberale, anticomunista e laico, in tempi in cui non era facile esserlo - né la sua «ragazza greca», cui dedicò righe bellissime e commoventi, né i suoi lettori, né il suo Giornale. Grazie, direttore.

Oggi al Famedio, al cimitero Monumentale di Milano, con te, entreremo idealmente anche tutti noi, i «vecchi» e i «giovani» del tuo Giornale. Che da quando te ne sei andato, direttore, a dirti la verità (parola cui hai dedicato tutto il tuo lavoro) sta attraversando qualche difficoltà, in effetti. Per superarle, cercheremo di ricordarci la tua eleganza. Può essere un eccellente esempio.

E per il resto, due piccole cose. La prima è che se non oggi, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei mesi a venire, tutti noi - giornalisti e lettori del Giornale - passeremo a leggere il tuo nome inciso sul Famedio. È una promessa.

La seconda è una cosa curiosa che è successa qui, dopo che te ne sei andato. Nella tua stanza in fondo al quarto piano, dove ti eri trasferito negli ultimi anni, quella degli inviati, che oggi nemmeno ci sono più nei giornali, è rimasta la tua poltrona in pelle. Qualcuno a un certo punto ci ha messo sopra un foglio con su scritto «non sedersi». Tutti sappiamo perché. Significa che per noi del Giornale, in qualche modo, sei ancora qui.