La mostra tra moda e arte del fotografo Guccione nel nuovo negozio Kraler

A Cortina d’Ampezzo i ritratti dei grandi stilisti, da Versace a Saint Laurent, da Moschino a Ferrè, e delle loro creazioni esposti per il vernissage. E il famoso artista degli scatti immortala in vetrina i campioni della squadra locale di hockey sul ghiaccio

Il volto di Gianni Versace è di tre quarti, sembra guardare la vita dietro di lui e sullo sfondo cielo e mare sono tormentati. C’è quasi una premonizione, nel ritratto fotografico che Antonio Guccione ha scattato nell’’84 al grande stilista, ucciso a Miami proprio 20 anni fa.É uno degli capolavori esposti tra gli abiti e gli accessori griffati del nuovo negozio di Franz Kraler a Cortina D’Ampezzo, trasformato per l’inaugurazione in galleria d’arte.«Fashion and Faces - Moda vs Arte», si chiama la mostra che porta sulle Dolomiti un bouquet delle opere di questo artista della macchina fotografica. Il suo occhio lavora sulla moda, scopre la vanità dell’esistenza e va oltre, esorcizza la morte, anche ritraendo teschi «personalizzati».Ecco incorniciato quello famosissimo di Yves Saint Laurent, che sorride sotto i suoi tipici ( e veri) occhiali, appoggiato sul libro che gli dedicò Marguerite Duras e circondato dalle nere silhouette danzanti dei suoi modelli. «Tutto è iniziato nel 2008 -racconta Guccione- quando, sentendomi immerso nell’effimero, ho chiesto di procurarmi un teschio, uno vero, e l’ho caratterizzato in modo che rappresentasse Mussolini, con tanto di mascella volitiva. Gli assomigliava, ha avuto successo. Poi ne sono venuti tanti altri: quello con la coroncina di fiori messicani di Frida Khalo, quello di Andy Wharol con la sua parrucca, quello di Dalì con i baffetti e anche il mio, che ho intitolato, per scaramanzia “Prova di ritratto d’artista“».Racconta delle sue imprese come un monello, Guccione, si capisce che si diverte e che cerca sempre nuovi stimoli, nuovi progetti. Questa mostra cortinese è un po’ l’occasione per ripercorrere le tappe del suo passato e reinventarlo. Al centro di una parete del secondo piano del negozio Kraler colpisce la sua scandalosa «Ultima cena», con tre modelle davanti ad un tavolo apparecchiato per 13 e al centro un grande piatto di spaghetti. É dell’’84, vent’anni prima di quell’altra «Ultima cena» pop di David La Chapelle, che suscitò nuove polemiche. «Lui è un caro amico, l’ho conosciuto bene nei vent’anni in cui ho vissuto a New York. Molto estroso e molto americano», sorride Guccione.Accanto al fotografo, a fare gli onori di casa al vernissage ci sono i Kraler, la famiglia del lusso nella capitale delle Dolomiti. «Abbiamo invitato Antonio ad esporre da noi - spiega Daniela, moglie di Franz e grande organizzatrice dell’espansione del marchio- perchè ci assomigliamo. Ogni abito, ogni borsa, ogni scarpa che scegliamo per i nostri negozi per noi è un’icona della moda del nostro tempo, un piccolo capolavoro artistico e di costume accessibile a tutti. Arte e moda sono al centro del nostro impegno, infatti stiamo creando a Dobbiaco una Fondazione Kraler, che avrà anche la vocazione da talent scout, organizzerà mostre per lanciare giovani artisti italiani e austriaci».In mattinata, prima della festa d’inaugurazione, il negozio sul corso di Cortina si è per qualche ora trasformato in set fotografico, uno di quelli accuratissimi in cui Guccione realizza i suoi progetti. Al centro della scena, stavolta, c’erano i giocatori della squadra di hockey della perla delle Dolomiti e il giovane Kraler, Alexander. Il fotografo li ha spogliati, rivestiti, guidati e trasformati in giovani primitivi muscolosi e spontanei, avvolti in preziose pellicce e accucciati tra marmi, ori e specchi come fossero nelle caverne. Poi, ha deciso di metterli in vetrina. «L’idea mi è venuta così, all’istante - racconta -, perchè cercavo la luce naturale dell’esterno. Abbiamo scelto per loro gli abiti dei migliori marchi e li abbiamo sistemati come fossero bloccati ognuno nel suo movimento, con le braccia aperte schiacciate contro il vetro, di corsa o distesi per terra come dopo una caduta. E tutti con gli occhi chiusi, per sembrare manichini». Una straordinaria scena dal dinamismo interrotto che sarà l’ultimo scatto firmato Guccione. Lui racconta di essere sempre alla ricerca della spontaneità, dell’attimo giusto, anche se le sue foto sono molto costruite e preparate quasi in laboratorio. «Gli oggetti inanimati mi atterriscono - confessa-. All’inizio della carriera, quando facevo le campagne pubblicitarie con i foulard di Gucci, le borse di Prada o gli orologi delle Officine Panerai, cercavo comunque il movimento, la tridimensionalità, andavo dietro l’oggetto per vincere l’appiattimento tipico del quadro. Con gli uomini riesce meglio e tutti hanno qualcosa di bello da mostrare. Qualcuno, più degli altri, nello scatto ci mette del suo. Fellini, da gran maestro qual’era, trovò l’espressione giusta e spalancò le due mani di fronte al mio obiettivo».Gli sfondi dei ritratti di Guccione sono famosi, il tocco artistico che lo caratterizza. Dietro al profilo di Moschino ce n’è uno di nuvole e onde scure su cui si staglia l’ombra di una modella con un cappello da cow boy. Più sereno è cielo che fa risaltare il ritratto di Ferrè, frontale quello e con uno sguardo diretto, equilibrato.Le foto s’intonano in maniera sorprendente con gli abiti e gli accessori esposti, di brand come Gucci, Valentino, Balmain, Loro Piana, Cucinelli, Kiton. E Saint Laurent, naturalmente, il maestro con il quale Guccione ha lavorato in particolare sintonia nei suoi anni a Parigi. È di Yves il modello incorniciato come un’opera d’arte nel museo della foto esposta nella vetrina di Kraler. E all’interno del negozio c’è l’immagine stupefacente della modella di spalle con un vestito rosa dal fiocco esagerato, ripresa davanti ad una antica garritta di marmo degli Champs Élysées, come se si guardasse allo specchio. Poco più in là, la foto di bellissime donne in nero, illuminate dai gioielli di Bulgari, scattata con mille difficoltà dentro al museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. Guccione privilegia il suo studio e gli sfondi che proietta dietro ai volti ritratti, ma quando ha uno scenario en plein air sa bene come valorizzarlo. Una delle poche foto famose che ha scattato in esterno è quella sul Forte del Belvedere di Firenze: la modella Amber Le Bon, figlia del cantante Simon, si appoggia come un fuscello all’enorme scultura di Arnaldo Pomodoro e l’altissimo cappello nero ne allunga ancor più la figura rendendola irreale. «Quando scatto - spiega Guccione- io mi autoelimino, sono sempre dietro. Solo una volta ho ceduto e, su richiesta, mi sono fatto l’autoritratto. Accanto alla mia grande macchina fotografica, con la mano che stringe il pulsante dell’autoscatto e il solito cappellino in testa». Quella foto è la copertina del libro pubblicato per i suoi 25 anni di carriera, e ora sta al centro della vetrina a Cortina. C’è una citazione, al polso l’orologio Panerai di una delle sue più famose campagne pubblicitarie e un errore che anche i dilettanti sanno di non dover fare: il flash si riflette negli occhialetti tondi. Un «errore» cercato, naturalmente, perchè non è il ritratto di Antonio Guccione, ma quello del Fotografo.