Musk, il viaggiatore visionario che torna coi piedi per terra

Povero Elon Musk, povero (in realtà ricco come un Creso) visionario, costruttore di auto elettriche che già spedisce su Marte dove si prepara ad atterrare, sognatore magnifico perché testimonia che l'homo faber quando inventa e crea, produce e sparge ricchezza, a lui per tutte queste ragioni e mille altre va tutta, ma proprio tutta la nostra simpatia, alla faccia dei pentastellati e delle loro miserabili mance di cittadinanza iscritte a debito di chi lavora e produce. Perché dunque «povero» Musk? Perché gli vogliamo esprimere solidarietà? Perché l'ha fatta grossa ma ci fa anche sorridere. Con un tweet del 7 agosto ha annunciato al mondo di avere trovato degli investitori che avrebbero fatto schizzare oltre il Sistema solare le sue azioni. Non era vero. E la Sec, che è come la nostra Consob ma somiglia anche alla Fbi, l'ha messo sotto torchio, terzo grado e roba del genere, e lui alla fine ha trattato, ha patteggiato, ha bevuto l'amaro calice oltre la feccia e si è arreso. Lascerà la guida di Tesla e pagherà 40 milioni di multa.

Andate sul suo profilo, lo vedrete a cavalcioni di un'astronave, su una prateria di razzi stellari, sembra Star Trek, sembra The First (l'ultima serie umano-marziana) ed è alla guida di un trattore orbitale, sempre salvando il mondo, che per lui è fatto di tanti pianeti che ha deciso di conquistare non con i sogni ma con le aziende, le astronavi che produce, le conquiste nel cosmo. Pazienza, ricomincerà da capo. Non che gli manchino soldi e iniziative: ha già vinto e perso tante altre volte. A 12 anni inventò un videogioco e lo vendette per mezzo milione, insieme al fratello. Poi sfidò il bullismo scolastico e fece il nerd, il secchione, laureato in fisica, giù a capofitto nelle imprese tessute di fantasia, di fisica e matematica, di azzardo, e di calcolo con intelligenza, un mondo pericoloso in cui si è sempre mosso con cautela, ma anche come un giocatore che ogni volta punta tutto quel che ha guadagnato sul 23, dispari, nero. È uno che sembra miliardario per caso ed è un ottimista. Sicuramente non voleva imbrogliare nessuno ma è andato in conflitto di interesse con la realtà, con le leggi e le norme americane che hanno sempre la faccia di un mastino, i gente dura e inflessibile.

I suoi ultimi tweet erano quelli di un felice giovanotto amato dalle donne e invidiato dai maschi in corsa per il suo american dream (nasce sudafricano, di Pretoria): «Huge thank you, un enorme grazie a tutti voi che mi aiutate a consegnare le auto in giro per il mondo, siete forti!», esultava solo due giorni fa. E: «Scusate per le difficoltà ma non è facile far capire che ciò che è sostenibile per l'ambiente lo è anche per le finanze». Lui fotografa se stesso in tuta da esploratore planetario e sta veramente preparandosi a sbarcare le sue aziende sul pianeta rosso con razzi, basi spaziali e tutto il meglio della fiction e della fisica, ma ha fatto l'errore di spararla troppo grossa con un tweet azzardato. D'altra parte l'America oggi va a tweet, Trump annuncia per tweet il suo quasi fidanzamento col dittatore nord coreano che, in amore anche lui, gli scrive parole dolci, è un mondo magnifico in fondo, salvo che ha perso ogni contatto col passato, non c'è più occidente e oriente, norme e alleanze, e restano solo i regolamenti micidiali per cui se dici che uno ti ha dato dei soldi e poi si scopre che stavi solo sognando e auspicando, vai a sbattere.

L'America ha sempre questo di buono: che mostra e dimostra che quando sbagli vai a sbattere. E questo è successo a un tizio pieno di sogni, beccato anche a ingollare troppo whisky e fumare canne in pubblico, figlio di una modella e di un ingegnere africano, un grande che per ora è stato azzoppato ma che sta già cambiandosi il guardaroba perché ha sentito dire che su Giove, la sera, tira aria fresca.

I sognatori sognano. Ma la Sec è un organismo tosto, gente che non ride molto e che calcola gli effetti delle follie sui profitti, i guadagni e le perdite, i diritti societari, la tutela degli azionisti. È un mondo in cui non si bara, non si sogna, non si va a spasso per i canali di Marte, ma si va a fracassarsi contro il principio di realtà, una barriera che non conosce amici né riconosce le genialità degli inventori folli.