Forcella, la "giudecca" dimenticata di Napoli

Oggi Napoli ha una piccolissima comunità ebraica che conta poco più di 200 membri. Eppure qui gli ebrei hanno una storia molto originale

I nomi delle vie o le lapidi spesso aiutano i buoni investigatori a scoprire la storia. Camminando per Forcella tutto verrebbe in mente, tranne di essere nella vecchia giudecca napoletana. Eppure sopra la bancarella che vende le frattaglie in una scritta poco leggibile si apprende che la via si chiama via della Giudecca Vecchia.

Gli edifici sono “sgarrupati” e tutto sembra lasciato a se stesso. I bassi nei vicoli dietro la via sono abitati dalla comunità africana. Eppure la toponomastica del luogo non ha dimenticato che prima che gli Spagnoli nel 1510, per volontà di Ferdinando II d’Aragona e di Isabella di Castiglia, cacciassero tutti gli ebrei dal loro regno, Forcella era una delle tre giudecche di Napoli. Non erano veri e propri ghetti, perché questi furono creati nel resto d’Europa successivamente. Infatti nacquero dal sedicesimo secolo in poi seguendo i dettami della bolla del 1555 “Cum nimis absurdum” di Papa Paolo IV con cui si obbligò tutti i giudei a vivere in quartieri chiusi da mura.

Oggi Napoli ha una piccolissima comunità ebraica che conta poco più di 200 membri. Gli ebrei di Napoli hanno una storia molto originale. La comunità rinacque negli ultimi anni del regno dei Borboni per volontà del banchiere Carl Rothschild. La legge che proibiva ai non cattolici di risiedere nel regno non era stata abolita, ma la piccola comunità era tollerata grazie all’influenza di Carl Rothschild presso la casa regnante. La situazione si normalizzò con i Savoia. Pur essendo molto esigua la comunità ebraica vanta personaggi molto amati a Napoli, come il fondatore del Napoli Calcio, Giorgio Ascarelli. Il primo stadio del Napoli aveva il suo nome, ma venne cambiato in stadio Vesuvio dopo l’alleanza del governo fascista con i nazisti. Nella seconda metà del novecento il membro della comunità più conosciuto era il sindaco Maurizio Valenzi.

L’ex presidente della comunità ebraica napoletana, l’imprenditore nel settore della pelletteria, Sandro Temin, ama ricordare come la storia della presenza ebraica nel meridione abbia radici antichissime. È una storia antica di 2000 anni. Ci sono, racconta, “testimonianze di epigrafi e tombe a Nola, Pozzuoli, Napoli e Pompei. Le case ebraiche a Pompei sono molto interessanti perché testimoniano la presenza di una comunità piuttosto benestante e integrata. Il che vuole dire che era presente in città da anni. Non potevano essere gli ebrei portati da Tito a Roma dopo le guerre romano giudaiche del 79 dc da cui si fa discendere la comunità di Roma perché non avrebbero potuto integrarsi così bene nei pochi anni prima dell’eruzione del Vesuvio. Durante il Medioevo c'erano piccole comunità ebraiche in tutto il sud. In moltissimi paesini sono rimaste delle vie chiamate “giudecca” che testimoniano, come se fossero antichi fossili, questa presenza. Per non parlare della grande comunità presente in Sicilia, sia sotto il califfato che sotto i normanni. Tutto ebbe fine con l’arrivo degli spagnoli”.

A Napoli c'erano tre giudecche. Una era tra Forcella e Tribunali dove c'è via Giudecca Vecchia. Un’altra era vicino al Museo Archeologico in quello che un tempo era Vicus Iudeorum, oggi vico Limoncelli. La terza era a ridosso dell’odierna sede centrale dell’Università e degli Archivi di Stato. Non ve ne è più traccia perché la zona fu demolita durante le bonifiche a fine Ottocento. L’unica sinagoga delle tante che c’erano in città che è stata individuata è l’attuale chiesa di Santa Caterina della Spina Corona.

Questo mondo cadde nel dimenticatoio dopo la cacciata di tutti gli ebrei fino all’Ottocento.

Sandro Temin mette in luce come fu l’intervento austriaco in aiuto dei Borbone che offrì l’opportunità agli ebrei di tornare. L'occupazione di Napoli da parte dell’esercito austriaco, racconta, “fornì l'opportunità per la famiglia di banchieri ebrei tedeschi Rothschild di avviare un'attività nel Regno. I Borbone dovevano infatti pagare le spese che gli austriaci avevano sostenuto per sedare la rivolta. Carl Rothschild fu quindi mandato a Napoli, dove fondò la CM de Rothschild&figli che operava come un ufficio satellite della sede della Rothschild diFrancoforte. Nel 1841, acquistò Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia. Carl stabilì un buon rapporto di lavoro con Luigi De’ Medici di Otajano, il direttore della Segreteria di Azienda del Regno di Napoli (Ministro della Finanza) e la sua banca divenne la prima in città. Rothschild aiutò a definire il nuovo sistema fiscale del regno e prestò al re di Napoli una somma pari a due anni di raccolta di tasse nel regno. Così facendo si conquistò una certa influenza in città. Creò una piccola sala di preghiera a Villa Pignatelli e fece venire dalla Germania alcuni altri ebrei. Alcuni di loro, come i discendenti di una famiglia tedesca che vendeva casseforti, vivono ancora in città”.

L’ex presidente della Comunità Ebraica ricorda anche come paradossalmente la Comunità ebbe il suo periodo di massima crescita durante la seconda guerra mondiale. Con le leggi razziali gli ebrei napoletani dovettero cedere le aziende a dei prestanome per salvarle. Cinque professori universitari dovettero smettere di insegnare e i bambini ebrei furono espulsi dalle scuole. La comunità ebraica napoletana però fu fortunata. Infatti quando dopo l’armistizio del 43 con gli americani, i tedeschi occuparono la penisola, i napoletani li cacciarono nelle famose “Quattro giornate di Napoli”. Quando poi sbarcarono gli alleati, tra le truppe erano presenti non solamente la Brigata Ebraica che proveniva dalla Palestina, ma anche tantissimi soldati ebrei americani, australiani e algerini. Fu così che quando i tedeschi fecero i rastrellamenti in mezza Italia durante la festa di Hannukah del 1943 e spedirono gli ebrei nei campi di sterminio, a Napoli si celebrava la festa con più di mille ebrei, un numero che la città non aveva mai visto da secoli.