Chi era Renzo Benedetti, alpinista rimasto ucciso dal sisma in Nepal

Era impegnato in un trekking ad alta quota e con un compagno aveva deviato per raggiungere un'anziana conosciuta durante una spedizione precedente

Aveva 60 anni Renzo Benedetti ed era di Segonzano. Dirigeva la scuola di alpinismo della Sat di Cavalese ed è uno dei trentini che sono rimasti uccisi in Nepal, dopo il grave terremoto che sabato ha devastato il Paese. C'è anche una quarta vittima italiana, Gigliola Mancinelli, una marchigiana che era parte di un team di speleologici impegnato nell'esplorazione di alcune forre.

Benedetti era in Nepal con altri italiani. Con lui c'erano Marco Pojer, che non ce l'ha fatta, ma anche Iolanda Mattevi, che è rimasta ferita ma se l'è cavata e ora è in ospedale con l'avambraccio e un dito fratturato e Attilio Dantone, della Val di Fasso, uscito illeso.

Benedetti e Pojer si trovavano sotto i 3.500 metri di altezza quando sono stati sorpresi da una frana, su un sentiero, il Langtang Trek, che si trova a nord rispetto alla capitale Kathmandu. I due avevano effettuato una piccola deviazione dal percorso che stavano seguendo, per raggiungere un'anziana del posto conosciuta durante una precedente spedizione, a cui volevano portare dei medicinali.

"Ho sentito un boato dietro di me e poi ho visto una nube che scendeva spinta da un vento spaventoso - ha racconto all'Ansa Iolanda Mattevi -. Mi sono messa a correre, ma sono stata investita da una pioggia di pietre e neve". Con lei, in quel momento c'era solo Attilio Dantone, entrambi a un punto di ristoro lungo il sentiero.

Benedetti e Pojer si erano allontanati. "Sono stati presi in pieno - ha aggiunto Dantone -. Io invece ho trovato scampo sotto una roccia e così sono sopravvissuto".