Quella sosta che vale il viaggio

La sosta può essere un divieto. Anche una piazzola per rifocillarsi. Dunque spesso diventa un piacere. Una sospensione, una pausa, l`intervallo (senza le pecore, quello televisivo) in attesa di riprendere la marcia, il viaggio, l`avventura. Sostare per etimologia sarebbe stare sotto, ma qui si sta sopra, sopra il frenetico movimento, il nevrastenico pensiero, l`isterico parlare. Sostare è pensare, sostare è fermare la giostra, non per scendere ma per guardare, finalmente, intorno, osservare, riflettere, godere di tutto quello che ronza, circola mentre ci stavamo occupando di d`altro, nel senso del cammino e dell`esistenza.

So-sta`, con l`accento, può anche intendersi chi sia (è) capace di stare, di conoscere, di colui il quale sappia fermarsi, arrestarsi, interrompere senza interrompersi. Non c`è nulla di più bello di una sosta, anche improvvisa, prevista o fuori dai programmi, purché non di emergenza. Il viaggio comporta una stazione d`arrivo ma può disegnare tappe di passaggio, il treno ferma a..., poi riprende, ricomincia a correre. Così dovrebbe essere qualunque viaggio che, invece, è diventato quasi una sofferenza, un patema, un dovere di raggiungere la meta cancellando la metà, appunto la pausa, la sosta. Sono mille le isole scoperte per caso, isole del tesoro, lungo il cammino verso nessun santuario se non un albergo o la seconda casa che comunque poi diventa prima. Sosta per dimostrare di essere capaci di vivere, di esistere, si può sostare per bere un sorso d`acqua, per chiudere appena gli occhi, per ascoltare il silenzio della campagna mentre l`autostrada o la statale, o la provinciale (che brutta roba sono?) si allontanano con i loro frastuoni tossici. E perché no?

Distendersi, stendendosi a rimirare il cielo, inspirare, espirare per non spirare, concedersi il lusso del nulla, in quel momento lì. C`erano le soste per le carrozze, là dove i cavalli, ubriachi di fatiche nei tratturi e strade di pietre e polvere, necessitavano di riposo. Ci sono le soste come luogo codificato di ristoro, luoghi privilegiati, dove il cervello approfitta della distrazione della pancia prima di soggiacere, nuovamente. In fondo chi viaggi sa già, in partenza, che, prima dell`arrivo, ci dovrà pur essere una pausa: la stazione di servizio con autogrill appresso, fuga in toilette e via andare; il pieno o rabbocco di carburante, il tempo per stiracchiarsi, allargando le braccia come Cristi in croce, per abbracciare, poi, il tempo e lo spazio che ci restano prima dell`arrivo. Di solito ho le mie soste, diverse da quelle degli altri. Perché sono mie, quasi esclusive, sognate e poi definite, ricercate sulla mappa dei desideri, zone di piacere, lussi che mi regalo all`insaputa di me stesso che mai avrei immaginato di ritrovarmi lì, proprio lì, a quell`ora, in quel giorno, in quel preciso istante.

La sosta è l`ora d`aria che ci permettiamo venendo fuori dalla cella che ci siamo costruiti, mattone dopo mattone, minuto dopo minuto, senza nemmeno ricorrere a muratori o progettisti. Siamo noi gli architetti, il disegno molte volte è perfetto, la sosta ci riappacifica con la vita, la sosta è liberazione più che libertà, sostare non significa affatto fermarsi; questo è un verbo che puzza di fine ultima, l`altro, invece, profuma di attesa. Dunque, l`attesa consente la scelta. La scelta di sostare che non può e non dovrebbe prevedere il divieto, quello dovrebbe riguardare la fermata. Ma poi scopri che i significati sono stati invertiti, chi sosta è perduto, chi si ferma è salvo. Allora la sosta diventa un peccato. Non mi importa. A me piace essere peccatore.