Crozza, Napolitano e «La Repubblica» dei deliri...

Il comico «graffia» il Presidente della Repubblica, ma il quotidiano di Ezio Mauro offre una sua personalissima (e incomprensibile) interpretazione «buonista».

Giorgio Napolitano da un po' di tempo è diventato per tutti (o quasi) un mito, un'icona, un simbolo di autorevolezza, l'emblema dell'affidabilità del Paese, il gran garante della democrazia. Che il nostro Presidente della Repubblica sia una persona perbene, non ci piove. Ma da quando da quando ha dato il «là» al governo Monti (non a caso definito «governo del Presidente») Napolitano si è trasformato per i media in Supergiorgio, perfettamente in simbiosi con Supermario. C'è però un comico che - graffiante e divertente come non mai - lo dipinge come una macchietta parte-nopea ( e parte-rimbambita) sempre bisognosa dei consigli del suo corazziere di fiducia e alla sempiterna ricerca di pastiere, babà e pizze e altre specialità della gastronomia napol(i)tana. Questo comico irriverente e spassosissimo si chiama Maurizio Crozza, uno che mena fendenti a destra e sinistra (irresistibili anche le parodie di Bossi e Bersani) senza risparmiare niente e nessuno. Ma l'altrogiorno «La Repubblica» - pur di incensare per l'ennesima volta Giorgio Napolitano - si è lanciata in un'impresa disperata: depotenziare completamente la vis trasgressiva dell'imitazione presidenziale di Crozza, attribuendogli solo una blanda energia buonista. Leggete cosa scrive Filippo Ceccareli: «Seguendo questo flusso, anzi quest'onda, si spiega il successo che da mesi raccoglie il Napolitano che interpreta Maurizio Crozza: un vecchietto arzillo, quasi sempre in vestaglia e talvolta con papalina in testa che al Quirinale nei suoi dialoghi con i corazzieri riconosce di sentirsi prigioniero della sua funzione e allora tenta di dilatarne i limiti, quando non riesce a forzare i vincoli e risolvere le situazioni facendo leva su una sorta creativo buonsenso e un ragionevole sovvertimento che in modo abbastanza sintomatico all'apice della storia Crozza finisce per interpretare proprio nelle romanze». Ma di cosa parla Ceccarelli? Che lingua usa?
Ma il meglio deve ancora venire. Mettetevi comodi e sentite: «Ci si trova ovviamente in un campo che ha poco a che vedere con le tradizionali e convenzionali categorie del potere, ma il sospetto è anche quello di intravedere quella serie di premesse simboliche attorno a cui si gioca la partita più riposta per la costruzione del senso e attorno a cui ruota l'odierno dominio delle rappresentazioni». Ci avete capito qualcosa? Meglio riderci su. Con Crozza