La culla dell'ingratitudine

<span class="abody">Quand’è che proviamo ri­conoscenza per qualcu­no? A prima vista direm­mo che la proviamo verso</span><span class="abody"> tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano</span>

Quand’è che proviamo ri­conoscenza per qualcu­no? A prima vista direm­mo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano. Pensate a due inna­morati. Ciascuno fa tutto quello che può per l’amato ma nessuno sente un debito di riconoscenza. Chi si ama non tiene una contabilità del dare e dell’avere: i conti sono sem­pre pari. Solo quando l’amore fini­sce riappare la contabilità e ciascu­no scopre di aver dato più di quanto non abbia ricevuto.

Però anche fra innamorati ci so­no dei momenti in cui il tuo amato ti dona qualcosa di straordinario, qualcosa che non ti saresti mai aspettato ed allora ti viene voglia di dirgli un «grazie» che è anche rico­noscenza.

Insomma la riconoscenza nasce dall’inatteso, da un «di più». Perciò la proviamo spesso verso persone con cui non abbiamo nessun rap­p­orto ma che ci fanno del bene spon­taneamente. Per esempio a chi si getta in acqua per salvarci rischian­do la vita, a chi ci soccorre in un inci­dente, a chi ci cura quando siamo ammalati. Ma anche a chi ci aiuta a scoprire e a mettere a frutto i nostri talenti nel campo della scienza,del­­l’arte, della professione per cui, quando siamo arrivati, gli siamo de­bitori. La riconoscenza è perciò nel­lo st­esso tempo un grazie e il ricono­scimento dell'eccellenza morale della persona che ci ha aiutato.

Quando proviamo questo senti­mento, di solito pensiamo che dure­­rà tutta la vita, invece spesso ce ne di­mentichiamo. E se quella persona ci ha fatto veramente del bene allo­ra la nostra è ingratitudine. Ma la chiamerei una ingratitudine legge­ra, perdonabile. Perché purtroppo c’è anche una ingratitudinecattiva, malvagia. Vi sono delle persone che, dopo essere state veramente beneficiate, anziché essere ricono­scenti, provano del rancore, del­l’odio verso i loro benefattori. Ci so­no allievi che diventano i più feroci critici dei loro maestri e dirigenti che, arrivati al potere diffamano proprio chi li ha promossi. Da dove nasce questa ingratitudine cattiva? Dal desiderio sfrenato di eccellere. Costoro pretendono che il loro suc­c­esso sia esclusivamente merito del­la propria bravura e si vergognano ad ammettere di essere stati aiutati. Così negano l’evidenza,aggredisco­no il loro benefattore. E quanti so­no! State attenti: quando sentite qualcuno diffamare qualcun altro, spesso si tratta di invidia o di ingrati­tudine malvagia. Guardatevi da questo tipo di persone.