La cultura francese scritta a quattro mani

Jules ed Edmond stenografarono la vita letteraria della seconda metà dell’800 Fra mondanità e giudizi taglienti, cinismo e geniali intuizioni. Ora in edizione italiana integrale il loro monumentale «Journal»

Erano misogini, antidemocratici, antisemiti. Collezionavano oggetti, collezionavano nomi, collezionavano parole. Erano maniaci, presuntuosi, puntigliosi, permalosi. Erano una coppia, ma scrivevano come fossero una persona sola, si comportavano e vivevano come se l’uno fosse la continuazione dell’altro, indistinguibili, inseparabili. Se Edmond cominciava una frase, Jules la terminava. Se Jules sollevava una mano, era Edmond che la riabbassava... Fratelli, vivevano nella stessa casa, condividevano la stessa amante, gli stessi amici, gli stessi cibi. Dirà Henry James: «Un originale è una cosa che si può concepire, ma un paio di originali, che sono originali allo stesso identico modo, è un fenomeno che, per quanto io ne sappia, ha preso forma solo in loro».
Erano un mistero, i Goncourt, infantile e sinistro, a suo modo inumano eppure niccianamente «umano, troppo umano», quietamente terribile. «Ieri ero a uno dei capi del grande tavolo, Edmond al capo opposto parlava con Therese. Non sentivo nulla, ma, quando sorrideva, sorridevo involontariamente, assumendo con il capo la stessa posa. Mai simile anima è stata messa in due corpi».
Jules se lo portò via la sifilide che aveva quarant’anni, nel 1870, l’anno-catastrofe dei Goncourt e della Francia tutta, la guerra franco-prussiana, Sedan, il tracollo dell’impero, la Comune di Parigi, la Repubblica... Nel ventennio di vita in simbiosi c’era stato spazio per due dozzine di volumi, libri d’arte, di critica e di storia, testi teatrali, romanzi, migliaia di pagine sulle quali il tempo, per lo più, si è allungato impietoso. Il più anziano Edmond gli sopravvisse ancora un quarto di secolo, comunque sufficiente per legare quel cognome a una fondazione da cui nascerà quello che è, ancora oggi, il premio letterario più prestigioso di Francia, il «Goncourt», appunto, per dar sfogo al raffinato giapponesismo dei testi su Utamaro e Hokusai e alla celebrazione della propria raffinatezza di collezionista e di scrittore, La maison d’un artiste, per altri saggi e romanzi anch’essi dimenticati...
Soprattutto sufficiente per continuare, sino a un mese prima della morte, quel Journal a doppia firma rimasto interrotto e che ora, avvenimento editoriale di cui essere orgogliosi, appare in prima traduzione integrale per le edizioni Aragno e la cura amorosa di Vito Sorbello (il primo volume, con il sottotitolo Memorie di vita letteraria 1850-1870, diviso in tre tomi, per un totale di duemila pagine, costa 100 euro. Un secondo volume, 1870-1896, delle stesse dimensioni è in preparazione).
In coppia e in solitaria, la ditta Goncourt stenografò insomma («il genio è memoria stenografica»...) mezzo secolo di vita letteraria, il secondo Ottocento, nel cui resoconto c’era però anche il ricordo e la storia della metà precedente, e non stupisce che quando Edmond si decise per la pubblicazione, scoppiarono polemiche e prese di posizione, si formarono partiti intellettuali pro e contro, ci furono rotture e voltafaccia. «Queste sono le nostre memorie!» osserverà piccato Émile Zola. E Jules Renard: «È un diario strano. Non dicono di sé, ma degli altri». Era tutta una società culturale che veniva alla luce, colta con la precisione dell’entomologo, un misto di grandezza e di arroganza, di ipocrisia e di follia, lo stupido XIX secolo borghese...
Con soave perfidia, del Goncourt superstite Barbey d’Aurevilly si fingerà lettore distratto: «No, non intendo leggerlo... D’altronde, lei sa... da quando la veuve, la vedova, si è messa a scrivere da sola». Ma è lo stesso Barbey trattato nel Journal da «pederasta»... È in buona compagnia. Flaubert, «questo derisore di tutte le umane glorie, è affamato di vanità borghese», Renan è un mostro, «faccia di vitello, testa d’animale, tra il porco e l’elefante», Hugo «un titano del luogo comune», George Sand «una sfinge ruminante»...
Due volte al mese i Goncourt cenano a Parigi da Magny, i diners che sono una festa della gola e dello spirito, il ritrovo della Francia che scrive e che pensa, Sainte-Beuve e Gautier, Gavarni e Flaubert, Taine e Michelet... Tornati a casa riportano frasi, documentano posizioni, ritraggono volti e comportamenti. Nel 1887, all’apparire del volume che racchiude gli anni 1862-1865, Nietzsche osserva: «Pessimismo esasperato, cinismo, nichilismo alternati all’allegria più sfrenata e al buon umore. Credo che anch’io non sarei stato male in mezzo a loro...».
Sotto questo profilo il Journal è una miniera inesauribile. Sul sesso, l’amore, le donne. «Dio ha creato il coito, l’uomo ha fatto l’amore». «Mi ha presentato sua moglie come se fosse la sua amante, per riabilitarla». «Sarò stato un libertino, ma non sono mai stato un immorale». «Niente è pari alla devozione e all’affetto di una donna per fare di un uomo un infelice». «La donna a quarant’anni cerca furiosamente e disperatamente, nell’amore, il riconoscimento di non essere vecchia ancora. Un amante le sembra una protesta contro il proprio atto di nascita».
Sulla politica, la scrittura, la vita. «Il nostro è il secolo del pressappoco». «Lo sperpero di denaro era la vita del XVIII secolo. Nell’accumulo, consiste la vita moderna». «Le rivoluzioni, sono un semplice trasloco. Sono le corruzioni, le passioni, le ambizioni, le bassezze di una nazione e di un secolo che cambiano d’appartamento con tutte le casse e le spese». «Ha del talento, ma non se lo fa perdonare». «Non parla mai e mente sempre». «Il tempo guarisce da tutto. Persino dal vivere». «In provincia la pioggia è una distrazione». «Il lavoro è ancora il modo migliore per ingannare la vita».
Dirà Tolstoj che «i Goncourt sono dei clown che si prendono sul serio». C’è del vero, ma è una clownerie eroica, lo status dello scrittore difeso contro tutto e tutti, gli scrittori in primis, la società che non li ama e che li affama, la politica che li perseguita e li disprezza, la vita che li umilia e li punisce. Aristocratici nati in ritardo sul tempo che sarebbe dovuto essere il loro, i Goncourt si asserragliano dietro un muro di libri e dentro le mura di una casa che riempiono a loro immagine e somiglianza. «La nostra sala da pranzo, incantevole scatola imbottita di reps, con le pareti e il soffitto coperti di tappezzeria, piena di disegni contrassegnati in blu, tra cui lo stupendo Moreau della Revue du Roi. Risplende e si ravviva ai tenui bagliori del lampadario di cristallo di Boemia». Come sorprendersi se giudicano il mobilio di Balzac «da puttana», la casa di Gautier degna di un «rigattiere d’accatto»... Loro collezionano, scelgono, accumulano, catalogano...
Il Journal può essere letto anche come uno sterminato cimitero letterario, dove riposano l’uno accanto all’altro talenti veri, talenti falliti, successi effimeri, fantasmi e memorie, echi mondani, rivelazioni e fraintendimenti artistici. Di quell’Ottocento i Goncourt furono, al tempo stesso, i custodi, gli officianti e gli amorevoli becchini. Di lì a poco, a seppellirlo brutalmente e senza una lacrima ci avrebbe pensato la Grande guerra.