Brasillach, fine pena mai per lo scrittore filonazista

Il "Memorandum" di autodifesa non risparmiò la fucilazione all’intellettuale francese collaborazionista. Ora una nuova edizione riapre (male) l’istruttoria

La pubblicazione di Memorandum (Edizioni Medusa, pagg. 80, euro 11), l'autodifesa di Robert Brasillach in vista del processo che gli valse la fucilazione, consta di una trentina di pagine. A esse se ne aggiungono una decina di introduzione di Emanuele Trevi, più o meno altrettante di Riccardo De Benedetti come postfazione, nonché due interviste con studiosi-biografi sul tema della responsabilità dell'intellettuale. L'impressione è quella di un processo postumo, la costruzione di una nuova giustificazione giuridico-ideologico-letteraria per avallare quella traballante che gli costò la vita.
I fatti, nella loro essenzialità, sono noti. Brasillach fu accusato di alto tradimento e intelligenza con il nemico, riconosciuto colpevole e condannato a morte.
I fatti, nella loro essenzialità, sono complicati. Il governo collaborazionista di Pétain, nato con la disfatta bellica del 1940, fu votato a grande maggioranza, centro, destra e sinistra, dal Parlamento. Fu ufficiale, legale, riconosciuto. Dire che Brasillach tradì il proprio Paese, per il quale aveva combattuto, significa dire che come lui tradì la maggior parte della Francia. Lui però fu messo al muro.
Brasillach era uno scrittore. L'accusa sostenne che i suoi articoli avevano fatto più male «di un battaglione della Wehrmacht». Equiparare una macchina per scrivere a un carro armato è insidioso, ma si può convenire che in guerra la propaganda sia un'arma bellica e chi la fa un combattente in borghese. Di solito però i soldati si ammazzano fra loro durante il conflitto, quando esso finisce gli sconfitti depongono le armi e se ne tornano a casa. Non li si fucila voltato l'angolo. Certo, la condanna a morte fu eseguita nel febbraio del 1945, e la Germania si arrese solo tre mesi dopo...
Il processo di Brasillach fu una piccola Norimberga della cultura. Non saremo certo noi a negare la serietà della scrittura e a sostenere che le idee non possano essere dinamite intellettuale. Ma più ci si addentra in un campo del genere, più il terreno si fa scivoloso: chi scrive ha più responsabilità di chi stampa o di chi legge e approva? Firmare un articolo di propaganda conta di più del sostegno civile di un impiegato, di un operaio impegnati come l'autore a combattere per la stessa causa? Se la responsabilità penale è personale, quella morale oggettiva fin dove può e deve arrivare?
Una decina d'anni fa, il saggio di Alice Kaplan, Processo e morte di un fascista. Il caso Robert Brasillach (il Mulino) provò a tornare sul tema. Messa da parte l'accusa di tradimento, sostenibile, certo, ma non del tutto convincente per i motivi detti all'inizio, rimodulata quella di «intelligenza con il nemico» in una più ampia identificazione di quest'ultimo con il Male metafisico, Brasillach risultava in realtà colpevole, con gli occhi dell'oggi, di crimini contro l'umanità. Allora non venne condannato per questo, ma per questo doveva essere condannato, era la sostanza.
È in tale logica, per esempio, che periodicamente viene ancora tirata fuori (lo ha fatto giorni fa Sergio Luzzatto in una recensione a Memorandum sul Sole 24 Ore) una sua frase, «bisogna separarsi dagli Ebrei in blocco, e senza conservare i piccoli», citata come esempio di crudeltà assoluta, contestatagli sì al processo, ma in tutt'altro senso: «Allorché credete opportuno e politico piangere su quelle separazioni spaventose imposte alle madri israelite, strappate ai loro bambini, quando sentite ciò che c'è dietro questo martirio che inizia a Parigi per gli Ebrei e che finirà nei campi eccezionali di severità in Polonia, voi dite: “Disapprovo queste separazioni”, rettificando immediatamente, e cito dal vostro articolo: “Non bisogna dimenticare che sono opera di agenti di polizia provocatori”. Pensate oggi di poter sostenere l'argomento della vostra pietà dopo questa frase in malafede: le segnalazioni opera di agenti di polizia provocatori?». Come si vede, era la «pietà» l'oggetto del contendere, unita al fatto che, per la nuova Francia, l'idea che ci fossero stati dei funzionari francesi pronti a «separare» i bambini ebrei dalle loro la madri, diveniva inammissibile. C'era una gigantesca coda di paglia nazionale da tenere nascosta.
Proprio perché quel processo, da qualsiasi parte lo si giri, resta, come ha scritto Robert Aron, «frettoloso e disumano», la pubblicazione di Memorandum sembra voler indicare un'altra strada, più volte sottolineata nei testi che lo accompagnano: dopotutto, e comunque, Brasillach non era un grande scrittore...
È un curioso esempio di gesuitismo intellettuale, ma bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento. Certo, nel 1945, nel rifiutare per lui la grazia proprio perché «il talento è un titolo di responsabilità», de Gaulle non la pensava così, come del resto Válery, Anouilh, Aymé, Mauriac, Colette, Paulhan, Camus, Cocteau, per citare alcuni dei 55 scrittori che per Brasillach l'avevano chiesta. Però, come scrive Trevi, «oggi non c'è più quasi nessuno che lo legga», in Francia come in Italia. Lo dice sulla base di una ricerca nelle librerie di Parigi e, per le traduzioni in italiano, su Internet, e noi, che facciamo evidentemente parte dell'infima minoranza che ha i suoi libri nella libreria di casa, ce ne dovremmo fare un ragione, non fosse che l'oblio come indice di valutazione critica è capriccioso, così come del resto la fama.