Amato dalla plebe, odiato dalla élite economica

Pubblichiamo per gentile conces­sione dell’editore Marsilio un estratto di "Nerone. Duemila anni di calunnie" di Massimo Fini

La realtà è che Nerone fu un grandissimo uomo di Stato. Durante i quattordici anni del suo regno l'Impero conobbe un periodo di pace, di prosperità, di dinamismo economico e culturale quale non ebbe mai né prima né dopo di lui. Certamente fu un megalomane, un visionario, uno che, direbbe Nietzsche, pensava in grande stile e che cercò di modellare il mondo sulle proprie intuizioni e immaginazioni, l'artefice di un'arditissima rivoluzione culturale con la quale intendeva dirozzare i romani e indirizzarli verso la mentalità e i costumi ellenistici, molto più civili e raffinati. Fu un uomo in grande anticipo sui suoi tempi, un bizzarro incrocio fra un principe rinascimentale, dalla cultura e dai gusti sceltissimi, a volte persino barocchi, e un teppista, un ragazzaccio avido di vita e di piaceri.

Fu anche un esibizionista, un inguaribile narciso e, con tutta probabilità, uno psicolabile schiacciato prima da una madre autoritaria e castratrice e poi dall'enorme peso che, a soli diciassette anni, per le ambizioni e le mene di Agrippina, gli era stato scaricato sulle spalle mentre lui avrebbe forse preferito dedicarsi alle arti predilette. Fu un sognatore che, mentre il mondo già gli crollava addosso, fantasticava di potersi pur sempre guadagnare da vivere con la propria arte.

Quel che comunque è certo è che questo imperatore chitarrista, cantante, poeta, attore, scrittore, auriga, curioso di scienza e di tecnica, fautore delle più ardite esplorazioni, autore e vagheggiatore di progetti grandiosi, fu un unicum non solo nella storia dell'Impero romano.

Come statista ci sono poi alcune caratteristiche che possono solleticare la sensibilità moderna. Fu un monarca assoluto che usò del proprio potere in senso democratico: non governò solo in nome del popolo, come voleva l'ipocrisia augustea, ma per il popolo contro le oligarchie che lo opprimevano e lo sfruttavano. E per avere il consenso del popolo – oltre che, beninteso, progettare e attuare misure molto concrete – inaugurò quella che oggi chiameremmo la politica-spettacolo. Nerone fu un grande showman.

Le élite economiche e intellettuali del tempo non lo capirono, oppure lo capirono fin troppo bene e per questo lo osteggiarono ferocemente. I senatori perché vedevano messi in pericolo il loro potere, le loro ricchezze, il loro dolce far niente. Gli intellettuali perché, da bravi piccolo-borghesi, ambivano come sempre a una sola cosa: entrare nel giro dell'aristocrazia e condividerne i privilegi. Chi lo capì fu la plebe romana che lo amò sempre moltissimo. Tanto che se esiste una leggenda negativa su Nerone ce ne fu anche una positiva coeva alla sua fine. Anche la plebe romana, per motivi diametralmente opposti a quelli degli autori cristiani, si rifiutò di credere che l'imperatore fosse morto davvero e coltivò a lungo l'illusione che, prima o poi, sarebbe tornato per renderle giustizia. Un primo «falso Nerone» fece la sua apparizione due anni dopo la morte dell'imperatore creando una grande agitazione popolare sia a Roma sia in quella Grecia che egli aveva amato e reso libera. Poi ne venne un secondo. Il terzo e ultimo «falso Nerone» comparve nell'88, vent'anni dopo la sua morte. E per molto tempo ancora il popolino di Roma, in primavera e in estate, continuò a portare fiori sulla tomba dell'uomo il cui nome sarebbe stato poi esecrato, maledetto e dannato in saecula saeculorum.