Un'abbuffata d'arte: ipercalorica ma molto saporita

Dopo le polemiche sui compensi del curatore Celant apre Arts & Foods. Effetto Euro-Disney ma c'è da divertirsi

Filologica ma suggestiva, documentata e godibile, apre a Milano Arts and Foods (9 aprile - 1 novembre), la mostra in Triennale curata da Germano Celant e accompagnata nei mesi scorsi da aspre polemiche intorno al compenso stratosferico ottenuto dal critico genovese. Finiti i tempi del pro e contro, ora se ne può parlare a ragion veduta, giudicando per ciò che abbiamo visto, anche se penalizzati dall'abitudine di considerare l'anteprima stampa un cantiere aperto con molte opere ancora da allestire e le didascalie mancanti. Forse si sopravvaluta la capacità di comprensione della categoria.

Balza agli occhi la reinvenzione dello spazio, già multiforme in sé, pensato e realizzato da Italo Rota che rivela di essersi divertito molto pensando a un progetto dedicato sia agli addetti ai lavori sia al pubblico di non esperti. In effetti Arts and Foods entra di diritto in quel genere di esposizioni divulgative, spesso contestate dai puristi, che fanno sì l'effetto Euro Disney però dovrebbero almeno sulla carta catturare l'attenzione di molti. All'estero se ne fanno molte, in Italia meno per via dei costi proibitivi, ma Expo era un'occasione da non perdere: lo testimonia la durata, fino a novembre, più della Biennale di Venezia.

Grazie a un'esperienza che non ha uguali, contatti e conoscenze, Celant riesce ad arrivare a opere che altri si sognano. Sarà esoso ma la sua competenza è fuori discussione, comunque attenderemo il riscontro del botteghino per capire se l'operazione è valsa la pena. Ad Arts and Food il livello dei lavori esposti è primario: non un buco, un'incertezza, niente di mediocre. La qualità è altissima sia per quadri, foto, installazioni sia nei numerosi oggetti di arte applicata che soprattutto nella prima parte punteggiano l'andamento cronologico. E ne fanno una mostra finalmente competitiva sul piano internazionale, di quelle che se ne vedono poche in Italia.

Sono tre i focus temporali attorno ai quali Celant snoda il proprio discorso critico. Il primo va dal post Impressionismo alle avanguardie storiche, ovvero l'epoca in cui si è registrato l'ingresso nella modernità, lo sviluppo delle grandi città ma anche forti diseguaglianze sociali. In tal senso il cibo diventa un indicatore di lettura attendibile, senza dimenticare la piacevolezza sensoriale legata a esso soprattutto in Italia e nell'area mediterranea. Da Asfissi a! , capolavoro «maledetto» di Angelo Morbelli ai menu futuristi, dalla sala da pranzo di D'Annunzio al design Liberty è tutto un rincorrersi di forme e linguaggi attraversati da una grande libertà espressiva. Certo il cibo si relaziona all'arte da sempre, eppure far coincidere quella che Celant chiama ritualità a partire proprio dal 1851 ci sembra una scelta convincente proprio per le valenze politiche assunte dall'arte del cucinare.

Secondo blocco è quello della Pop Art e dintorni. C'è anche un po' di concettuale e parecchio Nouveau Realisme , ma un'ulteriore virata verso il presente la offrono proprio gli anni '60, quando il cibo si identifica sempre più con la merce e nella pittura entrano di prepotenza gli oggetti della quotidianità appartenuti ai nostri genitori, design ed elettrodomestici compresi. È l'epopea dell'arte americana, di Warhol, Oldenburg, Ramos ecc... ma anche in Italia si correva dietro alle stesse cose, dalle Coca Cola di Schifano alle pubblicità rivoluzionarie di Armando Testa.

Al piano superiore si snoda il terzo capitolo, quello più spettacolare perché nel frattempo è sopraggiunta l'arte contemporanea con, da una parte, il business legato al nutrimento - si veda ad esempio la performance di Vanessa Beecroft orchestrata dallo chef Davide Scabin - e dall'altra i tipici disturbi dell'era post capitalistica che sull'anomalia alimentare hanno costruito la propria poetica: vediamo file di merci allestite come in un museo nelle foto di Gursky, una casa di pane di Urs Fischer, il gigantesco pesce abitabile di Frank Gehry, la Personal cloaca che produce cacca di Wim Delvoye. Filo conduttore è lo slogan «produci, consuma, crepa» entrato prepotentemente nell'arte di quest'ultima fase in maniera non così edificante da far pensare alla filiera corta, al biologico, o al chilometro zero, ma piuttosto al cibo come fonte di alienazione e ancora una volta di disparità sociali. Qui Arts and Foods offre una visione piuttosto ideologica ma la mostra non delude affatto.